Alessandro Bassi e Andrea Friggeri
Alessandro Bassi e Andrea Friggeri sono nati nel 1973 e vivono a Reggio Emilia. Scrivono insieme praticamente da sempre, e non hanno ancora capito perchè. Amano le donne, il cioccolato e il maiale, non necessariamente in quest'ordine.
Nel 2007 hanno pubblicato per Cabilaedizioni il loro primo romanzo, Nuèter Forever.
Intervista pubblicata su "Reporter" del 20 aprile 2011
Alessandro Bassi e Andrea Friggeri, autori di Nuèter
forever e di Mi fidavo di te. Entrambi classe 1973, reggiani “doc”,
sostengono di scrivere insieme da sempre aggiungendo però di non sapere
perché. A questo punto la domanda è inevitabile: come nasce
l’abbinamento Bassi-Friggeri?
Friggeri: Nasce nel lontano 1987, al liceo Aldo
Moro. Lì abbiamo scoperto questa comune passione per la scrittura e
iniziato da buoni amici a scambiarci racconti. L’amicizia letteraria è
andata avanti parallelamente a quella umana per diversi anni fino a
quando, nel 2002, ci è venuta la strana idea di mettere su carta una
sorta di diario: è iniziato così Nuèter forever.
Due libri, due storie emblematiche: potreste riassumerle brevemente?
*Friggeri: Nuèter forever è la storia di un gruppo di amici che
condivide la frequentazione scolastica fino a quando, al termine del
liceo, accade un evento tragico, intuibile già dalla prima pagina del
romanzo. La narrazione percorre a ritroso il senso di colpa dei
protagonisti, che rivivono questa esperienza senza mai esplicitarla fino
a quando i nodi vengono al pettine e sulla base di quel fatto si
sviluppano, dieci anni dopo, vari accadimenti, fino ad un epilogo
sorprendente, molto drammatico.
Bassi:Invece Mi fidavo di te prende dei ragazzi più
grandi, intorno ai 25 anni, e racconta la loro quotidianità fatta di
scherzi, di amori, di sesso più parlato che altro, descrivendo tutto ciò
che ruota intorno a un luogo simbolo, il Bar Milva, dove un gruppo di
cinque amici, molto eterogeneo, vive e si evolve. La trama è forse più
complessa rispetto a quella di Nuèter forever, con storie che si
incrociano tra la goliardica Hdemia delle scienze erotiche, due vicende
d’amore e un’indagine sulla proprietaria del bar – Milva appunto –
svolta dal personaggio chiamato Lupo.
I due romanzi sembrano uniti da alcuni fili. Partiamo dal
primo, dal tema generazionale: i giovani di Nuèter forever e di Mi
fidavo di te conducono un’esistenza normale, ma paiono condizionati da
un “male di vivere” in cui la disillusione, la solitudine e
l’insoddisfazione conduce la maggior parte di loro alla sconfitta. Se
così è non si tratta di una visione un poco impietosa?
Bassi:Forse sì.
Friggeri: Soprattutto sono storie normali. Potremmo
prendere il titolo del libro di Hanna Arendt, La banalità del male, e
capovolgerlo parlando del male della banalità, perché è nella banalità,
quindi nella normalità, che emerge il peggio, ossia l’infedeltà, la
codardia, la noia. In questo humus fatto di normalità borghese, senza
accenti esasperati da un disagio di vivere dettato da situazioni sociali
complesse, ci siamo chiesti come si muovono le compagnie di giovani, su
cosa basano quel mito dell’amicizia intorno al quale poi si costruisce
una mezza vita, e la risposta è stata: si basano su molto poco, spesso
su molto meno di quanto si vuol dare a vedere. Per questo credo che Mi
fidavo di te, come Nuèter forever, abbia fatto arrabbiare molti lettori,
perché è un romanzo disilluso, forse cattivo, ma anche onesto, scritto
da chi non vuol vendere un mondo inesistente, da chi dice al lettore:
questo è il mondo che ti racconto perché questo è il mondo che conosco.
Un altro legame fra le due opere è costituito
dall’ambientazione e in particolare dal radicamento nella terra
reggiana. Dietro alla corrispondenza tra luoghi narrati e luoghi reali
c’è la scelta di dare maggiore veridicità a vicende e personaggi o
esiste qualcosa di più, legato ad una riflessione sulla nostra identità?
Bassi: A noi serviva l’ambientazione reggiana per
parlare di alcuni luoghi simbolo, ad esempio del Bar Milva di Mi fidavo
di te, esistito davvero – in realtà con un nome diverso – e durato
quattro o cinque anni, dagli anni Novanta fino al 2001. Lì anche la
nostra amicizia ha avuto dei momenti importanti. Alla fine ci
interessava raccontare del bar, era questa l’idea iniziale.
Friggeri: Un po’ come Eco, quando gli chiesero
perché aveva scritto Il nome della rosa e lui rispose: “avevo voglia di
uccidere un monaco”. Noi volevamo semplicemente parlare di quel bar e
nel farlo ci siamo attenuti a una regola basilare per chi non è un
narratore professionista: scrivere ciò che si conosce, guardare e
descrivere una strada o un luogo in cui si è vissuti.
E veniamo all’ultimo aspetto, lo stile. Poiché la scrittura è
un patrimonio individuale come la calligrafia, l’unità formale dei
testi, che paiono messi sulla pagina da una sola persona, è una rara
combinazione di affinità o il frutto di una impegnativa elaborazione? In
definitiva, come nasce un libro a quattro mani?
Friggeri: Molti ci hanno fatto la stessa domanda,
perché in effetti scrivere in due non è semplice. La risposta che
possiamo dare parte da un presupposto: c’è bisogno di molto
affiatamento. Il punto è che quando si scrive in due esiste una forte
responsabilità dell’uno verso l’altro, per cui non si possono prendere
libertà particolari. La prima fase di lavoro consiste in una
pianificazione generale, per avere una visione chiara di dove si vuole
arrivare e di quali sono i passaggi principali. Una volta definito lo
scheletro, c’è una sorta di micropianificazione.
Bassi: In questa fase decidiamo i personaggi, i
capitoli, e poi iniziamo a scrivere adottando a seconda dei casi varie
tecniche: lui elabora una parte, io un’altra, oppure usiamo la
cosiddetta tecnica del ping pong, io incomincio poi continua lui,
andando avanti così, alternandoci. Spesso nei passaggi più delicati
decidiamo di mettere sulla carta, ognuno per proprio conto, la medesima
scena, mettendo insieme successivamente le due parti e scegliendo il
meglio per una prima stesura, a cui ne seguono altre di affinamento. La
cosa fondamentale è evitare che ci siano salti di stile, perché in
effetti scriviamo in modi differenti, quindi alla fine aggiustiamo,
aggiungiamo o togliamo per dare unità al testo. Insomma, diciamo che
laviamo i panni in Crostolo…non è pulitissimo ma rende l’idea.
Per concludere, la domanda di rito in questa rubrica
ispirata al Fahrenheit 451 di Bradbury: di fronte ad un ipotetico rogo
quale libro d’autore classico o contemporaneo salvereste? Potete
scegliere un’opera a testa; in questo caso non è necessaria la perfetta
intesa che raggiungete nello scrivere.
Bassi:Nessun dubbio, Il deserto dei tartari di
Buzzati, perché è la visione di una vita e di un modo di intenderla che
l’autore ha disegnato in maniera eccezionale; parla di ognuno di noi,
del nostro dramma esistenziale e del nostro destino.
Friggeri: Anch’io nessun dubbio, La storia infinita
di Michael Ende. È un libro di grande profondità, l’ho letto tre volte
scoprendo cose che non avevo intuito prima. Come tutti i grandi classici
ha più livelli di lettura: dalla storia di avventura alla ricerca
interiore, dal romanzo di formazione alla critica del nichilismo; c’è
tutto e sono convinto che se continuassi a leggerlo troverei altri
spunti, perché è davvero una storia infinita.
Giovanni Guidotti