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EPILOGO
Cinque anni dopo
Una pioggia leggera e insistente appesantisce l’aria della periferia. C’è odore d’inverno, e una cappa umida che penetra sotto gli impermeabili e le buone intenzioni. Il grosso edificio in stile industriale, due piani di cemento lunghi ottanta metri e larghi trenta, presenta a Cesare il conto salato della città anni zero, il retrobottega del benessere. Insegne luminose circondate da vaste aureole di sporco grigio sormontano tristi occhi di bottega. La filiale di un credito rurale. Un negozio di computer. Una mensa aziendale. Vetrate non proprio brillanti in cui si riflettono il cielo grigio e gli schizzi delle auto lanciate lungo la grande via del quartiere industriale.
D’istinto, Cesare mette la freccia ed entra nel vialetto asfaltato che gira intorno allo stabile, striato dalle righe bianche dei parcheggi. Percorre lentamente tutta la fiancata e arriva all’angolo. Gira a sinistra, e parcheggia circa a metà del lato corto. Il suo parcheggio, appena distante dall’entrata.
Apre la portiera, pianta la solida scarpa antinfortunistica dentro una pozzanghera, non se ne accorge nemmeno. Cammina ancora qualche metro, sotto la pioggia. Non ha niente in testa, solo i capelli scuri e una calvizie sempre più decisa. Si accende una sigaretta e sosta silenzioso di fronte alla vetrata.
È tutto spento, naturalmente. Non è cambiato niente dall’ultima volta che è venuto qui, tre anni fa. Solo il cartello sulla porta – “Chiuso per malattia”, scritto a mano con il pennarello nero - non c’è più. Era successo così, da oggi a domani. La sera prima Milva e Barbara erano dietro al bancone a spillare birre, il giorno dopo il locale era chiuso. Nessuno sapeva cosa fosse accaduto. Con i trenta milioni il problema era stato risolto, Milva non aveva più ricevuto minacce, e il bar era rimasto aperto per altri due anni. Lui ci era andato ogni tanto, ma non più così spesso. Poi, improvvisamente, quel cartello. E Milva era letteralmente sparita.
Cesare aspira una lunga boccata, chiude gli occhi, poi li riapre e si avvicina ancora di più al vetro. Cerca di guardare dentro. È tutto vuoto. Nessun bancone, nessun tavolo nero, nessuno sgabello. Hanno portato via tutto. Il Bar Milva non c’è più. Non c’è più nemmeno il Lupo, è rimasto solo Cesare, il caporeparto. Ha fatto un po’ di strada, in fabbrica, da quando l’Hdemia ha smesso di esistere. Anche la chiusura del bar, in fondo, è stata una naturale conseguenza di quella fine. Come se Dio avesse capito che quel posto esisteva solo per permettere al Lupo di ululare alla solitudine, con il suo piccolo branco. Ma forse a quel punto non aveva più importanza. Forse, a quel punto, niente aveva più importanza.
Cesare volta le spalle al vetro e fa per risalire in auto, poi ci ripensa. Appoggia la schiena alla porta e si accende un’altra sigaretta. Ha voglia di essere il Lupo ancora per un po’, prima di tornare in fabbrica. Si passa una mano fra i capelli bagnati, e per un attimo si sorprende di non trovare il suo cappellino Ducati.
Sposta lo sguardo sulla sua auto. Ci ha messo cinque anni, ma alla fine se l’è ricomprata, la Golf GTI. Però guidarla non è più la stessa cosa. Il profumo dei sedili nuovi non è più lo stesso, e adesso non gli sembra più la miglior macchina del mondo. Sorride, ripensando a quei momenti in cui la guardava come un figlio, pensando che la Z3 di Teenva, sì, non era male, ma aveva meno personalità. Teenva. Non l’ha più visto né sentito. In compenso ha visto il suo nome sui giornali, molte volte. Avvocato anche lui, nello studio del padre. Sui giornali però c’era andato più per la coca e le puttane che per i successi in tribunale. Aveva passato qualche momento difficile, ma l’avvocato Zoboli l’aveva sempre tirato fuori. Fedele era stato meno fortunato. L’ultima volta l’aveva visto in un bar del centro. Aveva provato a dirgli qualcosa ma lui non l’aveva quasi riconosciuto, tanto era sbronzo. Gli aveva fatto un sorriso assente, farfugliando qualcosa fra sè, poi era tornato a bere, da solo. A Cesare era dispiaciuto vederlo così, ma non aveva saputo fare di meglio che uscire dal bar e andare via. Degli altri non aveva più saputo nulla, né visti né sentiti. Erano spariti così, cancellati insieme a tutte le mail Hdemiche e le belle parole sull’amicizia.
Cesare tira l’ultima boccata e getta il mozzicone in una pozzanghera. Torna alla macchina e apre la portiera. Guarda ancora la vetrata nera e per un attimo gli sembra di vedere la sagoma di Milva armeggiare dietro al bancone. Bestemmia sottovoce. “Ma cosa ci faccio qui?”.
Accende il motore, mette la prima e parte. Lo scheletro del Bar Milva affonda lentamente nella pioggia, dietro le sue spalle.