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CAP. 8 - Dove il Lupo capisce alcune cose parte 2
Milva si ridestò dai suoi pensieri quando si accorse che il Lupo stava entrando nel parcheggio di un complesso condominiale: evidentemente la corsa era finita. «Eccoci arrivati»
Non disse nient’altro, smontò dall’auto e si allungò sul sedile posteriore per prendere il suo cappellino. Lei lo seguì, sempre in silenzio. Entrarono dal portone a vetri in un condominio costruito negli anni’70, un palazzo alto e marrone chiaro. Ascensore, sesto piano, chiavi, porta che si apre e finalmente dentro, nell’appartamento. Milva si guardò intorno notando come l’arredamento rispecchiasse l’inquilino che ci viveva. Niente di ricercato, ma anche niente di effettivamente sciatto: a guardar bene si accorse che quasi tutto il mobilio era Ikea; i pochi quadri appesi coprivano il bianco delle pareti, un imponente impianto stereo era evidentemente il fulcro della sala e molti cd erano sparsi sul tavolo. Tutto molto anonimo, impersonale.
«Prendi»
Il Lupo era tornato con due bicchieri e una bottiglia di vodka di quelle che si trovano negli hard discount. Non sapeva cosa dire, da dove cominciare. Non riusciva ancora a crederci di avere Milva seduta sul suo divano, a casa sua. Quasi non pensava più a quello che era accaduto soltanto pochi minuti prima, al bar.
«Come ti senti?»
La donna avvertì il disagio del ragazzo, la sua voce era lievemente rotta dall’imbarazzo. Ci pensò bene prima di rispondere: c’era qualcosa che non quadrava in tutta la faccenda e ancora non era riuscita a capire cosa fosse.
«Confusa»
«Bè lo immagino»
Si guardarono per un bel po’ senza aggiungere nulla. Il Lupo non riuscì a sostenere lo sguardo per tanto e quindi bevve un sorso di vodka spostando lo sguardo sul bicchiere. E adesso che le dico?
Milva invece continuava ad osservarlo. Adesso era perfettamente lucida. L’alcool l’aveva fatta ritornare vigile e attenta. Ancora non sapeva chi fosse quest’uomo e – ancora più importante – ancora non aveva deciso se poteva fidarsi.
Erano entrambi spaventati. Entrambi avevano domande senza risposte come barriere, recinzioni che non sapevano come scavalcare. Fu lei, alla fine di interminabili minuti di silenzio, a decidere per tutti e due, a decidere che quello era il momento giusto per la domanda che l’aveva assillata per tutto il tragitto.
Milva si sforzò di distendere i muscoli del viso in un sorriso almeno decente, tentò di affrontare il Lupo come se non fosse pericoloso, perché questo le diceva il suo istinto: quel ragazzo non era pericoloso. Ma erano troppe le coincidenze. E anche troppe le volte che nella sua vita si era fidata. Sbagliando. Ma lei era fatta così. Il male lo conosceva, magari non riusciva a sfuggirgli, ma lo conosceva bene. E il Lupo non gli assomigliava.
«Lupo, ho una domanda da farti» sospirò forte Milva, cercando di mantenere uno sguardo deciso ma non aggressivo.
«Sì, dimmi». Lui fece per appoggiare il bicchiere sul tavolo, ma poi preferì tenerlo in mano.
«Come facevi a sapere che ero al bar?»
Il Lupo deglutì e si rallegrò di avere il bicchiere tra le mani. Altrimenti non avrebbe saputo dove metterle, tanto era teso e imbarazzato.
«Non lo sapevo»
Milva alzò impercettibilmente il sopraciglio. Stava pensando. Veloce.
«Ero venuto al bar per scrivere»
«Per scrivere?» chiese lei, sospettosa
«Sì, sì per scrivere. Il mio romanzo»
Milva ora lo fissava negli occhi. Cosa diavolo sta dicendo? Di quale romanzo parla?
«Chi sei?» Non riuscì a non fargli quella domanda, in quel modo così diretto.
«Sono un tuo amico» Prese il coraggio a due mani e continuò «Senti Milva. So che c’è qualcosa che non va. Giorni fa ti ho sentita con Barbara, ma mi son detto che non erano affari miei. Ma poi ti ho vista vestita… strana, ecco e allora una sera ti ho seguita e poi anche la sera dopo e così fino a quando non mi hai beccato. Mi hai detto di starti lontana e anche se mi costa l’ho fatto.»
Parlò tutto d’un fiato, senza pause, senza vergogna. Milva stava analizzando quello che aveva appena sentito. Lui non sapeva niente. Lui non c’entrava niente.
Non sapeva cosa dire.
«E’ un periodo di merda. Teenva e Fedele hanno avuto uno scazzo, tu che mi hai detto di starti lontana… mi rimaneva solo il romanzo e allora avevo deciso di ritornare al bar per scrivere.»
«E tu non ti sei fatto vedere solo perché te l’avevo detto io?»
«Bé sì.»
Voleva credergli. Sembrava davvero sincero.
«C’ho sofferto, Milva. Ma ho anche capito che era quello che volevi. E me ne sono fatto una ragione»
Doveva credergli. Era sincero.
«Anche se, scusa, ma non capisco quello che ti sta accadendo. O meglio adesso l’ho capito, ma tu devi lasciarti aiutare. Io voglio aiutarti.»
«Perché?»
«Come: perché?»
«Perché vuoi aiutare proprio me?»
«Perché so che sei speciale» Poi, in un sussurro, «almeno per me»
Milva lo fissò a lungo, ma lui distolse lo sguardo da subito. Avrebbe voluto piangere, ma non ci riusciva. Si maledisse in silenzio, ma proprio non ci riusciva più da anni a piangere.
«Io non sono speciale.» Quasi con disprezzo
«Fai decidere me» Con gentilezza
«Mi vuoi psicanalizzare?»
Sorrisero, entrambi. Quel recinto che li intrappolava stava cedendo. Fu lui a dare la spallata decisiva.
«No. Vorrei soltanto conoscerti. Vorrei sapere chi sei»
Milva distolse lo sguardo, fissando un punto oltre la parete, di fronte a sé.
« Va bene. »
Prese il pacchetto delle sigarette che lui aveva appoggiato sul tavolo. Se ne accese una e inspirò alcune profonde boccate.
«Vuoi davvero sapere chi sono, Lupo? » parlava senza guardarlo in faccia, dispersa in una nuvola di fumo. « D’accordo. Ormai non ho più niente da perdere. D’accordo.»
Il Lupo attese in silenzio, concentrato sul suo bicchiere, in bilico tra il desiderio e il timore di guardarla in faccia. Alla fine fu lei a piantare gli occhi nei suoi, scuri e improvvisamente freddi.
«Mia madre era un’alcolizzata. Mio padre non so neanche chi fosse. Vivevamo in una casa popolare, lei tirava avanti come poteva. Faceva le pulizie, ma spesso la licenziavano perché era sempre sbronza. Avrò avuto dieci anni quando si è messa con un uomo. Era un figlio di puttana, ma almeno ci dava qualcosa per tirare avanti. Non voglio fare la vittima, c’è anche chi sta peggio. Ma non era facile per una bambina. No, non era facile. »
Una luce grigia filtra dalla piccola finestra, sul verde oliva delle pareti scrostate. Lei è seduta sul letto, tra le mani un Topolino sgualcito. Si sforza di leggere, cerca di non ascoltare. Ha imparato che tapparsi le orecchie non serve, in quel silenzio ovattato le cose arrivano lo stesso. Invece, se tiene la mente occupata, qualche volta riesce a non sentire. E se non sente, allora non c’è niente. Se non le sente non ci sono le urla, non ci sono le parolacce. Se non la sente, non c’è sua madre. Se non lo sente lui non c’è, non c’è mai stato.
Ma oggi è difficile non sentirli. Gridano molto, oggi. Si alza e comicia a girare per la stanza, leggendo a voce alta. Si ferma alla piccola scrivania, prende una biro e il bloc-notes, prova a disegnare qualcosa. Niente da fare. Oggi è impossibile. Torna sul letto, si infila sotto le coperte, mette la testa sotto il cuscino. Ecco, forse funziona. Non gridano più. Il cuscino funziona. O forse hanno solo smesso. Sì, hanno smesso. Allenta un po’ la pressione del cuscino, sente di nuovo l’aria fredda sulle orecchie. Silenzio. Finalmente.
Poi, passi. Pesanti. La mano sulla maniglia. No, ti prego. Sì, invece. Non ha chiuso a chiave, non c’è nessuna chiave. La porta si apre. Le solite parole mormorate, il peso sul letto, la mano che toglie il cuscino. Le parole più vicine, l’odore di vino. Lui la gira sulla schiena. Lei chiude gli occhi, riempie la mente. Non sentirà niente. E se non sente, allora non c’è niente.
«A un certo punto non ce la facevo più. Ero abbastanza grande, avrò avuto quindici o sedici anni. Sono scappata di casa. Da allora non ci sono più tornata. Mia madre non so neanche se è ancora viva, e sinceramente non me ne frega un cazzo. Non ce l’ho con lei, non è colpa sua se la vita fa schifo. Però sono contenta di non essere mai tornata indietro, di non avere mai mollato. Per me lei è morta quel giorno.»
Fa una pausa, succhia nervosa un’altra sorsata di fumo. Al Lupo sembra di vedere un luccichio negli occhi scuri, ma non ne è sicuro. Forse è solo la sua immaginazione.
«E comunque non è stata una passeggiata. Non sapevo dove andare. Non avevo nessuno, né parenti né amici. Cioè, qualche amico sì, ma non era gente a posto. Frequentavo brutti giri, mi spiego? Non mi fidavo. Sono andata in un posto, un bar. Conoscevo bene il gestore. Mi ha dato una mano… o forse no. Sicuramente no. Si è solo approfittato della situazione. Ma in quel momento ero disperata, ho accettato la sua offerta.»
E’ notte fonda, quando la ragazza entra nel bar. Fuori piove, lei è fradicia, trema per il freddo. Dentro le luci sono basse, nuvole di fume si alzano fra i tavoli. C’è la solita gente, umanità disfatta. La musica avvolge tutto, bassi potenti e chitarre elettriche. Lei si siede al banco, nasconde gli occhi dentro ai palmi delle mani. I capelli neri, bagnati, si incollano al viso. Gocce di pioggia miste a lacrime scendono sulle guance. L’uomo dietro al banco la vede, si avvicina, la saluta. Le prende il mento fra le dita, le scosta i capelli dal viso. Lei lo guarda, non deve spiegare molto. Lui sa, capisce. Conosce queste cose.
«Come farò adesso?»
«Sei così bella. Lasciati aiutare.»
«Ero giovane, fresca. Roba da ricchi, e lui l’aveva capito. Non andavo per la strada, per questo devo ringraziarlo. Forse senza di lui ci sarei finita. Stavo in appartamento, clienti di un certo tipo. Guadagnavo bene. Una vita facile. E se devo dirla tutta, non mi pesava neanche tanto andare con quei vecchi. Avevo imparato a non sentire, se solo volevo. E quando ero a letto ero io che comandavo. Anche se facevo tutto quello che volevano loro, anche le porcherie più schifose. Alla fine comandavo io.»
L’uomo si annoda la cravatta intorno al collo flaccido. È davanti al grande specchio ovale con la cornice dorata. Riflessa, alle sue spalle, lei è ancora nuda sul letto, a pancia sotto. Sulla schiena e sulle natiche spiccano nitidi i segni rossi delle cinghiate. Forse stavolta ci è andato giù un po’ pesante. Ma è stata fantastica, come sempre. Forse anche più del solito.
Lui si infila la giacca, dal portafoglio sfila alcune banconote e le posa sul comodino. Poi ne prende altre e gliele getta sulla schiena. « Queste sono un extra, per te. Oggi sei stata fantastica.» Lei è girata dall’altra parte, non dice niente. Potrebbe dormire, per quanto è immobile. Ma lui sa che è sveglia. Fa per uscire, mette la mano sulla maniglia della porta, la apre. Poi ci ripensa. Si gira ancora verso di lei. « Tu sei diversa da tutte. Ci ho pensato tante volte, e forse oggi ho capito perché. Tu scopi meglio perché scopi con rabbia.»
Non aggiunge altro. Apre la porta e se ne va. Lei continua a stare immobile, girata dall’altra parte.
«E’ andata avanti così per anni. Non sono stati anni belli, ero una schiava. Ma i soldi arrivavano, avevo un tetto sulla testa, andava bene così. E poi non avrei saputo che altro fare. Poi un giorno è arrivato lui.»
Quando lui entra, la prima volta, lei lo aspetta con addosso solo la biancheria intima. Nera, sexy. Quasi nuda. « Vestiti, per favore.» Lei lo guarda strana, sospettosa. «Non temere, faremo l’amore. Ma non così. Anche se pago, resti una donna. Non sei un pezzo di carne, per fortuna. Sarebbe un problema. Sai, io sono vegetariano.» E sorride. È come se una luce calda le si accendesse dentro. È spiazzata, non sa cosa dire. Anche lui è in imbarazzo, si vede. Lei si riveste. Si siedono. Parlano, a lungo.
«Per sei mesi, è venuto due volte la settimana. Parlavamo, a volte mi leggeva libri. E ascoltavamo musica. Facevamo spesso l’amore, ma lui non sempre ci riusciva. Negli ultimi tempi non poteva più venire da me, allora andavo a casa sua. Ormai non mi facevo più pagare da tempo. Mi ero innamorata, Lupo. Ma gli restava poco da vivere. Aveva il cancro.»
Sono nel suo letto. Lei ha il viso sul suo petto, e occhi tristi. Non era mai successo prima. Forse non lo eccita più, forse si è stancato di lei. Proprio ora, che pensava di essersi innamorata. Lui sembra leggerle nel pensiero. «Non è colpa tua. Tu sei più bella di sempre. Sono io. È la malattia». È un secchio d’acqua gelata sulla schiena. Cosa sta dicendo? Quale malattia? « Sono un maledetto egoista. Non dovevo permettere che accadesse, dovevo tenerti lontana. Non sono stato abbastanza forte per tutti e due. Perdonami, ti prego». Lui adesso piange. E lei sente frantumarsi qualcosa, dentro. Si rannicchia contro di lui, come un feto. Ha paura, ora. Più di quanta ne abbia mai avuta prima.
«E così sono scappata, un’altra volta. Non volevo che stesse con una puttana, lui meritava molto di più. E poi ormai andare con i clienti era troppo duro, non era più come prima. Siamo venuti a Reggio, di nascosto, dove lui conosceva un po’ di gente. Siamo spariti, da un giorno all’altro, finchè lui stava ancora abbastanza bene. Ho trovato lavoro da operaia. Lui aveva qualche soldo da parte, siamo andati avanti così per un po’, finchè ha cominciato a stare male davvero. Poi è morto.»
Lei è in ginocchio di fianco al letto. I singhiozzi la scuotono, mentre stringe forte nei pugni la coperta. Lui ha il viso sereno. È stato lucidio fino alla fine, l’ha lasciata guardandola negli occhi. Lo stereo continua a suonare, la voce potente di Milva tampona le sue lacrime come ha lenito il dolore fisico di questa lunga agonia. Lui ha voluto ascoltarla in continuazione, giorno e notte. «Senti che carattere, che sensualità. Tu devi essere sempre come lei, promettimelo. Forte e sensuale. Meravigliosamente donna, come ti ho amato. Ti prego, promettimelo.»
Lei non c’è più, adesso. Non c’è più un nome, né un passato. C’è solo la sua promessa. Si tingerà i capelli di rosso, per sempre. E, per sempre, sarà soltanto Milva.
«Uscire dal giro non è facile. Non basta cambiare città, devi proprio sparire. Lui mi aveva lasciato tutto quello che aveva. Non era tanto, ma bastava per aprire il bar. Il mio bar, Lupo. Quanti sacrifici, quante notti a lavorarci dentro. Da allora c’è stata solo Milva, nient’altro. La sua Milva.»
Fece una pausa. Si accese un’altra sigaretta. Stavolta non era un’impressione. Milva stava piangendo.
«E adesso quei figli di puttana stanno rovinando tutto. Mi hanno trovata. Ci ho pensato tanto, dev’essere stato un vecchio cliente. Una volta è venuto uno di passaggio, al bar. Non l’ho riconosciuto subito, ma lui mi ha guardata tanto… Non l’ho più rivisto, ma poco dopo sono cominciati gli avvertimenti. Fino ad oggi.»
Il Lupo aveva ascoltato incredulo, senza aprire bocca. Non aveva immaginato niente di simile, nemmeno nelle sue fantasie più sfrenate. Ma non era sicuro di avere capito fino in fondo. Da qualche parte trovò il coraggio di chiedere.
«Ma allora… vogliono ammazzarti?»
Milva lo guardò sorpresa per un istante. Poi sorrise.
«Macchè… se volevano ammazzarmi non eravamo qua a parlare. È sempre una questione di soldi, Lupo. Contano solo quelli.»
«Ma… allora… non capisco, ti hanno chiesto il pizzo?»
Milva scosse la testa, disperata. Andiamo bene. E questo dovrebbe aiutarmi?
«No, Lupo, non è pizzo. Quelli che chiedono il pizzo non hanno nessun interesse a farti chiudere il locale. Se chiude il locale loro hanno finito di guadagnare. Questi sono gli sgherri del mio padrone, quello che mi dava da lavorare. Una puttana non può smettere da oggi a domani. Se vuole può, ma deve pagare. Io non ho pagato, e adesso che mi hanno ritrovato vogliono i soldi. Tutto qua»
«Quanto?»
«Trenta»
«E' una bella cifra»
«Che non ho»
«Ma se non riesci a trovarli, come pensi di venirne fuori?»
«C'è una cosa che so fare bene»
«...»
«E ho ricominciato a farla. Quel bar è mio e non permetterò a nessuno di portarmelo via»
Il Lupo stette in silenzio a riflettere. Non avrebbe mai potuto immaginare tutta questa storia.
«E Barbara?» chiese senza neanche sapere bene il perchè di quella domanda.
«Sa tutto. Con il tempo ho imparato a fidarmi di lei. E le ho detto chi ero»
«Anche che hai ricominciato a prostituirti?»
«Sì»
Il ragazzo si versò da bere, aveva tutta la gola secca. Poi Milva continuò
«Allora, ora che sai tutto, hai ancora voglia di aiutarmi?»
Lo chiese così, come aveva fatto per tutti quegli ultimi giorni. Con la grinta di chi non vuole elemosinare nulla. Il Lupo a quel repentino cambio di tono si ridestò e la fissò; una scarica di adrenalina lo percorse quando si rese conto che per la prima volta in vita sua stava riuscendo a sostenere lo sguardo profondo di Milva.
«Sì. E so anche quello che devo fare.»
«Tu? Cosa vuoi fare? Spaccare la schiena a tutti i miei nemici?»
Lui neanche se ne accorse del tono ironico. Forse neanche la stava più ascoltando. Aveva un piano in testa e lo voleva portare a termine. A tutti i costi.
«Prendi» Porgendole il suo cellulare «Chiama Barbara e dille di venire qui. Così non stai da sola. Io ho da fare prima che sia troppo tardi»
«Qui? E perchè dovrei restare qui, secondo te?»
«Perchè qui nessuno penserà di venirti a cercare. È un posto sicuro. Dai, chiamala»
«Voglio lasciarla fuori da questo casino» Protestò decisa
«Ma lei c'è dentro come te! Se non le dici nulla domani andrà al bar e non sarà più al sicuro»
Milva rifletté su quelle parole. Era vero. Forse ancora per quella giornata non le avrebbero cercate, ma domani sì. Domani le avrebbero cercate al bar e le avrebbero ammazzate. Tutte e due.
«Ma tu che cosa vuoi fare?»
«Non ti preoccupare. Tu chiamala e le dici di venire qui. Al resto penso io»
Subito dopo si era chiuso in auto per pensare meglio. Voleva stare da solo, ma aveva anche il forte desiderio di stare con Milva. Ma prima bisognava salvarla. Perchè era ancora in pericolo. Trenta milioni non erano uno scherzo. Erano davvero tanti soldi. Lui non li aveva. Ma aveva degli amici. Insieme, sforzandosi, avrebbero anche potuto farcela a racimolare quella cifra. Era per Milva. Dovevano almeno provarci. Lei con loro era sempre stata fantastica. Li passò mentalmente in rassegna tutti: Teenva, Fedele, Libero, il Granciambellano e il Discipulo.
Avrebbe provato prima con Teenva: era il più ricco, quello con la famiglia più agiata. Ma non voleva telefonare davanti a Milva. Aspettò in auto, nel parcheggio, che Barbara arrivasse e quando la vide entrare nel portone e salire allora si decise a mettere in atto il suo piano.
Si infilò il suo cappellino e prese il cellulare, scorse la rubrica, selezionò 'TEENVA' e pigiò la cornetta verde. Al terzo squillo Teenva rifiutò la chiamata, ma il lupo non si diede per vinto e riprovò. Questa volta al secondo squillo l'amico spense proprio il cellulare.
«Eddai!» urlò il Lupo frustrato dal comportamento di Teenva, ma ancora non domo. Aprì la cartella 'Messaggi' e ne scrisse uno. Poche parole:
“oh teenva, sono io. Emergenza. Ho bisogno di parlarti. E molto importante. lupo.”
Passò poi alla seconda telefonata. Decise di evitare il Geanciambellano: in fondo tra loro due non c'era un rapporto profondo come con gli altri, lui non partecipava mai alle serate dell'Hdemia. Senza indugi chiamò Fedele. Dopo quasi un minuto di squilli dall'altro capo del telefono lo raggiunse una voce atona e impastata
«Cosa c'è?»
«Emergenza!»
Fedele non lo fece neanche finire «Senti lupo, non è proprio giornata...»
«No, Fedele 'spetta, fammi dire»
«Non è proprio giornata» ripeté senza spessore Fedele che poi spense il cellulare.
«No, no cazzo! No!»
Diede un pugno al volante e lanciò il telefono sul sedile dove poche ore prima era stata seduta Milva. Non era possibile che nessuno volesse ascoltarlo. Era importante. Aveva una storia assurda da raccontare e un'amica – più di un'amica, per lui – da aiutare, ma sembrava che ai suoi amici non importasse niente. Restò a guardare il parcheggio dall'abitacolo della sua auto per un bel pezzo. Ogni tanto si sporgeva e guardava in su, verso la sua finestra.
Improvvisamente il telefono lo avvertì dell'arrivo di un sms. Era Teenva. Il Lupo lo aprì subito, ma era formato da una sola parola:
“vaffanculo”
Appoggiò la fronte al volante per riflettere con calma.
«Piccola mia dimmelo tu quello che devo fare» cantilenò accarezzando il cruscotto del suo bolide.
Fu all'improvviso che gli venne l'idea. Una nuova idea. Gli amici non l'avevano aiutato, ma non tutti l'avevano abbandonato. Sarebbe stata la sua auto ad aiutarlo. Sotto i polpastrelli era quello che sentiva pulsare dalla radica del cruscotto. Lei avrebbe aiutato il lupo. Lo faceva per Milva. Per nessun altro. Lo avrebbe fatto per lei e per il bar. E chissà, magari anche per una vita insieme a Milva. Per scacciare i fantasmi del passato una volta per tutte.
Il Lupo continuò a ripetersi tutto questo per tanto tempo. E più lo faceva più si convinceva a compiere quel passo, diventando sempre più consapevole che avrebbe dovuto rinunciare a ciò che aveva di più caro al mondo. Ma ne valeva la pena. Eccome se ne valeva la pena. Era per Milva. Era per loro due.
Quando si sentì finalmente pronto accarezzò dolcemente il volante e prese il cellulare.
«Ciao sono Cesare. Il Lupo»
«Ehilà mangiagnocca che combini?» La voce dall'altro capo del telefono era gioviale.
«E' un'emergenza. Sto venendo da te, mi aspetti?»
«Va bene, io sono qui»
Ora c'era soltanto da avviare il motore, uscire dal parcheggio e andare. Il Lupo si sistemò ben bene il cappellino e inforcò gli occhialini: il sole era ancora alto in cielo pur essendo ormai le 18. si concesse ancora alcuni secondi per lasciare che il suo sgardo si posasse sull'interno della sua auto, poi finalmente mise in moto, accese lo stereo, lasciò andare la frizione e si mosse dal parcheggio.
Non pensò a niente in particolare durante il tragitto. Non pensò a quello che stava facendo perchè aveva già deciso di farlo e non voleva lasciare spazio ai ripensamenti. Dopo pochi minuti arrivò davanti alla concessionaria, entrò, parcheggiò la sua auto e spense il motore. Tirò un lungo sospiro e scese. Fece un giro intorno alla sua Golf e andò dritto verso il suo amico concessionario.
«Ho davvero bisogno di aiuto» Il Lupo non lo salutò neanche
«Che posso fare?»
«Vendermi la mia macchina»
L'amico concessionario scoppiò a ridere
«Sei sempre il solito figlio di puttana! E io che c'ero pure cascato»
«No. Sono serio. Quanto può valere? Trentadue? Trentatrè milioni?»
«Ma...senti se hai bisogno di un prestito...dai cazzo»
«Non chiedermi niente. Non sono per me. A quanto la puoi vendere?»
Il concessionario era interdetto. Non aveva mai visto il Lupo in quello stato.
«Bè, sì, alla cifra che hai detto te la posso vendere quando vuoi. Una, due settimane...»
«No Giulio, non ci siamo capiti. Quanto ci posso fare vendendola adesso?»
«Ehh?» strabuzzò gli occhi: non riusciva a credere alle proprie orecchie. Il Lupo non solo voleva davvero vendere la sua auto, ma addirittura voleva venderla subito.
«Senti bello mica è così semplice...posso avere chi è interessato all'oggetto ma come vedi anche volendo qui non c'è nessuno.»
«Cazzo. E non puoi fare delle telefonate?»
«Mah...sì, certo che sì...ma non la venderai mai oggi: sono quasi le sette!»
Il Lupo ci ragionò sopra. A questo non ci aveva pensato. Certo, vado, vendo e torno con i soldi. Tutto fatto. Fatto un cazzo, invece. No, quella era la sua ultima possibilità. Non gli veniva in mente più niente.
«E se me la compri tu? Poi la rivendi quando ti pare...»
«Scusa...?»
«C'è una persona che ha bisogno di trenta milioni entro stasera. Dammi trenta milioni e la mia golf è tua. giuro»
«Per me sarebbe un affare...ma per te?»
«Tu fammi l'assegno e poi l'unica cosa che dovrai fare è riportarmi a casa»
Il viaggio di ritornò fu breve e silenzioso. Il Lupo si fece scaricare davanti all'ingresso del parcheggio del condominio e poi salutò l'amico concessionario. Il sole stava calando lento infiammando le pareti dei palazzi.
Aveva i soldi. Tutti. Domani sarebbe andato subito in banca, avrebbe prelevato il contante e poi l'avrebbe portato a quei bastardi. Ma questo domani. Adesso invece c'era da festeggiare. Sarebbero andati a magiare fuori, tutti e tre. Con l'auto di Barbara perchè lui ormai un'auto non l'aveva più. Si sentiva comunque felice. Si sentiva pronto a stare con Milva.
L'aveva salvata.
Aveva dato retta a Sasha e aveva fatto bene: aveva seguito i suoi sogni. Gonfio di gioia salì veloce le scale ed entrò nell'appartamento.
«Milva! Barbara! Grandi novità per...» ma non riuscì a terminare la frase.
La porta della camera da letto era aperta e le vide. Milva e Barbara. Insieme. Nel suo letto. E questa proprio non se la sarebbe mai aspettata. Proprio no. Quando le due donne lo videro sorrisero entrambe e insieme scivolarono fuori dalle lenzuola e gli andarono incontro. Quelle due nudità così diverse tra loro lo stordirono. Il Lupo sentì qualcosa sulla guancia, di caldo.
«Ehi...ma davvero non te ne sei mai accorto?» Fece Barbara
«...»
«...noi due stiamo insieme»
Solo dopo quelle parole il Lupo capì cos'era quella cosa calda sulle guance. Lacrime. Stava finalmente ricominciando a piangere. Era la prima volta che ci riusciva, dopo aver lasciato la Sicilia. Si frugò in tasca e appoggiò l'assegno da trenta milioni sul comodino. Milva e Barbara neanche lo guardarono quell'assegno. Ma abbracciarono e baciarono il Lupo.
Se erano salve, in fondo, era grazie al Lupo.
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