Mi fidavo di te

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CAP. 8 - Dove il Lupo capisce alcune cose
parte 1


DA: Discipulo (manu75@tin.it)

Oggetto: Accorato appello

A: dr.Teenva (pierzobo@tin.it); dr. Lupo (cesarebattiato@hotmail.com); Libero Ricercatope (alfiobig@libero.it); dr. Fedele (robby76@libero.it)

CC: Ciambellano (luca.fiorini@yahoo.it)

Data: lunedì 12 giugno 2000

 

Nobilissima Hdemia Scientiarum Eroticarum Regiens

in Vulva Veritas



Stimatissimi e reverendissimi Patres,

per la prima volta mi accingo a vergare l'etere Hdemico di mio pugno. Confesso che è una sensazione invero strana, sono quasi le 20 e ancora nessuno ha pensato di scrivere la consueta mail d'inizio settimana: bè, lo faccio io. È un periodo difficile, la crisi in atto al nostro interno si sta prolungando davvero troppo e un segnale sconfortante e preoccupante si è avuto venerdì scorso, quando per la prima volta non si è potuta perpetrare la consumata consuetudine della Sacra Serata Hdemica per la contemporanea assenza di ben due Patres. Non so, magari mi sbaglio, ma lo leggo come un segnale. Un brutto segnale, Signori miei. Gli scricchiolii del tempo – vorrei poterli chiamare così – stanno scuotendo le fondamenta stesse della Nobile Hdemia e sembra che a nessuno importi davvero. Ecco, l'ho detto.

Dr. Fedele. Dr. Teenva. In fondo è a Voi che umilmente mi rivolgo in prima istanza. C'è bisogno di Voi e – ne sono sicuro – anche Voi avete bisogno di Noi. Dell'Hdemia.

Ma mi rivolgo anche al Dr. Lupo e al reverendissimo Libero Ricercatope: è in questi frangenti che si vede cos'è l'amicizia, è in questi giorni di tempesta che si deve restare uniti e scansare i propri orgogli e le proprie rivendicazioni per il bene comune, agendo e aiutando chi è in difficoltà.

Chissà, magari alla prossima riunione – perchè sono SICURO che venerdì ci sarà – ne rideremo e saremo “belli carichi” per nuove mirabolanti Imprese Hdemiche, e allora questa mia mail potrà essere dimenticata o messa agli atti o...quello che Vorrete Voi, augusti Padri!

Vorrete scusare il mio ardire e il tono poco consono, ma il cuore è pesante in queste ore e volevo che lo sapeste, tutto qui.

 
in Vulva Veritas

Accolitus

 

Lunedì 12 giugno 2000

Aveva mangiato la pizza controllando la posta elettronica e adesso era davanti al monitor del suo computer, a leggere e rileggere la mail del Discipulo. Se lo ricordava bene il Lupo lo scorso venerdì: piatto e “moscio” come pochi altri, un tavolino defilato vicino al cesso, Lui, il Libero Ricercatope e il Discipulo appunto. Attorno, un locale con pochi clienti, Barbara a servire ai tavoli e uno dei tanti loschi amici di Milva dietro al bancone, a spillare birre e a preparare caffè. Milva no. Neanche quella sera era al bar. Il Lupo se lo ricordava bene quel venerdì storto, senza Teenva, senza Fedele e senza Milva. Quella era stata la prima volta che aveva messo piede al bar da più di una settimana, dalla sera dello scontro con Milva.      

Il Discipulo pareva essersene accorto, mentre Libero non gli aveva fatto cenno di nulla. Libero. Bravo ragazzo, ma così...così distante da tutto e da tutti. Come se non gli importasse davvero di niente in particolare.

Il Lupo spense il computer e stette fermo a fissare il monitor nero, con il cartone della pizza aperto sulla tastiera. Era ad un punto morto. Non aveva capito niente di quello che Milva gli aveva detto, se non di starsene lontano. E lui aveva obbedito. Lo aveva chiesto lei. Aveva provato a non pensarci più, tuffandosi nel lavoro, ma le ore davanti a quella macchina erano lunghe da far passare, e il viso di lei, le sue mani, i suoi occhi e la sua voce a poco a poco avevano ripreso possesso della sua mente. E allora aveva ricominciato a pensarci, eccome se aveva ricominciato. Ma non era mai ritornato a seguirla e non era più andato al bar. Eppure avvertiva come se ci fosse un errore, come se non avesse messo a fuoco correttamente tutta la situazione. Non aveva capito neanche tanto bene cosa fosse capitato tra Teenva e Fedele, ma anche con loro non aveva fatto nulla: si era limitato a guardare, lasciando che anche l'Hdemia gli scivolasse via tra le mani.

Scostò le tende della sala, il sole di giugno batteva forte nel primo dopo pranzo della periferia, in cortile una schiera di bambini giocava e urlava. E lui stava lì, a guardarli. Guardare. No, Lupo, così non va bene. Anche il Discipulo l'ha scritto: bisogna agire, per rimediare a quello che sta accadendo. Perché quello che sta succedendo mica è normale, Lupo: Teenva e Fedele che litigano di brutto, l'Hdemia ridotta all'impotenza e Milva? Cosa sta accadendo a Milva?

Eppure nessuno ha chiesto il tuo aiuto, vero Lupo? Forse è giusto così, che ognuno segua in solitaria i propri sogni. O i propri fantasmi.

Il Lupo si allontanò dalla finestra, prese il cartone della pizza e lo cacciò nel pattume insieme alla bottiglia di birra vuota. Non sapeva cosa fare. Sasha glielo aveva detto tante volte.

“Segui i tuoi sogni”.

Al Lupo piaceva farsi cullare dalla voce sottile della ragazza, stretto alla sua pelle morbida. Ma era diventato tremendamente complicato per il Lupo seguire i propri sogni. Uno di questi, Milva, gli aveva detto di ignorarlo, di lasciare che svanisse via.

Si sfregò vigorosamente il viso con le mani e chiuse gli occhi per qualche istante.

“Segui i tuoi sogni, amore mio”

Si allungò verso la credenza, sulla quale aveva appoggiato, assieme ad altri fogli, anche la cartellina con tutto il suo romanzo: la prese, si andò a sedere alla scrivania e incominciò a sfogliare leggendo qua e là alcuni brani del manoscritto. Gli era venuto in mente così, all'improvviso: era passato tanto tempo dall'ultima volta che aveva lavorato al suo romanzo. Tutta quella storia di Milva lo aveva distratto e non aveva più avuto tempo. Ma forse Sasha aveva ragione: dopo tutto, Sasha aveva sempre ragione. Lui doveva seguire i suoi sogni e uno di questi – se non il più importante – era quello di trovare un editore e far leggere a tutti le sue storie. Stette a pensarci un bel po'. Provò a scrivere qualche riga, ma l'ispirazione non arrivava.

Certo, scrivere al bar era tutt'altra cosa.

Ma dai Lupo, non starai pensando di andare al bar adesso, vero?

In fondo non era una cattiva idea, in fondo le chiavi le aveva ancora lui.

Ma è giorno di chiusura. Potrebbe esserci anche Milva.

Probabile. In tal caso gli chiederai se puoi rimanere lì a scrivere, vero Lupo?

E se ti dice di no?

Il Lupo si cacciò sotto la doccia, tirò fuori un paio di jeans scuri, una camicia a fiori e il suo cappellino “Ducati”. Se lo infilò in testa con cura, si fermò un attimo davanti al piccolo specchio in corridoio e corse fuori con le chiavi del bar. Aveva deciso. Lui ci sarebbe andato a scrivere, e se là avesse trovato anche Milva bé, allora avrebbe pensato cosa fare e cosa dire. Salì sulla Golf GTI, inforcò i suoi occhiali da sole, e guidò veloce fino al parcheggio del bar Milva. Spense il motore e stette fermo. Si sorprese nel guardare la sua mano tremare lievemente. Adesso lì, a pochi passi dal bar, si stava chiedendo se avesse fatto la cosa giusta, o non fosse meglio ritornarsene a casa. Si accese una sigaretta e cercò di concentrarsi unicamente sul riverbero del sole e sulle grida in lontananza di alcuni ragazzini che giocavano nel parco lì vicino. Dio com'era tremendamente complicata la vita! Gli sembrava di essere un personaggio del suo romanzo, un personaggio sferzato da sentimenti contrastanti, paure e desideri, ma adesso queste sensazioni le stava vivendo lui. Nessun altro con cui parlare. Solo se stesso e la sua sigaretta e la sua auto.

Sospirò forte  un “cazzo” prendendo la cartellina sul sedile posteriore, scese dall'auto e iniziò ad incamminarsi verso il bar, lentamente.

Dopo soli pochi passi si fermò, come se ancora qualcosa stonasse con il resto. Ritornò indietro, indeciso. Soltanto quando si vide riflesso sul parabrezza dell’auto capì. Non era giornata da Lupo, quella. Azionò l’antifurto, aprì la portiera, si sfilò dolcemente il cappellino e lo appoggiò con cura sul sedile posteriore. Si guardò ancora un po’ nello specchietto retrovisore e quindi si decise ad andare.

Adesso era pronto a fare il suo ritorno al bar. Niente Lupo, niente Hdemia quel giorno. C’erano soltanto Cesare e il suo romanzo.

Attraversò il parcheggio posteriore e sbucò davanti alle vetrate del bar: vide le luci accese e subito il cuore iniziò a galoppare. Evidentemente c'era qualcuno. Sperò non fosse Milva. Se possibile rallentò ulteriormente l'andatura e cercò di ragionare.

Se è lei, tanto meglio. Vi parlerete e vi spiegherete con calma. Tu Lupo sei lì per scrivere, di altro non te ne frega niente giusto?

Giusto. Ma lei ci crederà?

Ma tanto non può essere lei. Sarà Barbara che chiude un po' di conti.

O magari ci sono tutte e due.

Meglio. Sì, molto meglio se ci sono tutte e due: sarà più facile spiegarsi.

Intanto era arrivato proprio davanti alla porta d'ingresso. Rimise in tasca le chiavi del magazzino: inutile entrare da là visto che nel bar c'era già qualcuno. Tanto valeva passare dalla porta principale.

Il Lupo sentì una voce. Non capì bene, ma distinse chiaramente a chi apparteneva: a Milva. Dunque lei c'era. E non era sola. Restò fermo qualche secondo, il tempo necessario per riprendere il coraggio di entrare, ora che aveva la certezza che si sarebbe ritrovato davanti a lei. Ma proprio mentre stava per appoggiare la mano sulla maniglia venne sferzato da una voce maschile, decisamente meridionale. Ma soprattutto percepì nettamente ogni singola parola e restò paralizzato.

«Due giorni. Poi ti ammazzo»

Il Lupo era bloccato dal terrore. Sentiva il sangue battergli con violenza nelle tempie e il cuore che cominciava a correre come un pazzo. Fece un passo indietro.      

«...soldi...mi...tempo».

Era la voce di Milva. Sembrava sussurrare, sembrava piangere. Checazzofacciochecazzofaccio? Il Lupo alzò gli occhi verso l'alto, vide il buco in una delle vetrate: ragazzi, aveva minimizzato Milva. Checazzofacciochecazzofaccio? Ora era tutto chiaro. Fu un lampo. Un velo dietro agli occhi. Sentì la propria mano afferrare la maniglia e vide la porta del bar spalancarsi. Udì distante la sua voce arrampicarsi in un urlo, mentre i suoi occhi, non riuscirono a vedere se stesso prendere una sedia e farla precipitare con tutta la violenza di cui era capace sulla testa dell'uomo.

Due secondi. O tre. Nessuno ebbe il tempo di capire quello che stava accadendo. Non lo capì l'uomo meridionale che venne abbattuto con il coltello a serramanico in pugno. Non lo capì Milva, ancora concentrata sul freddo della lama che fino a pochi istanti prima aveva puntata alla gola. E non lo capì il Lupo che si credeva ancora all'esterno del locale, indeciso se entrare o portare il suo romanzo a morire in qualche cassetto della sua scrivania.

«Lupo...cosa hai fatto?»

Si ridestò. Riconobbe la voce di Milva. Vide l'uomo disteso sul pavimento e si accorse di avere ancora in mano la sedia del tavolino di fianco all'ingresso.

«Dio santo Lupo cosa hai combinato?»

Milva era terrorizzata. Solo allora il Lupo capì quello che aveva fatto. La donna continuava nella sua litania isterica cosahaicombinatocosahaicombinatocosahaicombinato, lui cercava di ragionare veloce.

«Adesso smettila per Dio!»

Finalmente silenzio. Milva si era zittita e lo fissava. Il Lupo camminava nervosamente nel poco spazio tra la porta d'ingresso e il bancone del bar. Stavano, ognuno a modo proprio, pensando a cosa fare.

«Dai svelta. Muoviti».

«…».

«Dobbiamo andarcene da qui. E anche in fretta»

«…».   

«Milva mi hai capito?»

Lei continuava a fissarlo.

«Io non vado da nessuna parte».

«Non possiamo stare qui. Quando si riprenderà ci ammazzerà a tutti e due».

«Si può sapere chi cazzo sei?».

«Milva sono un amico. Sono il Lupo».

La donna non disse nulla. Allora il Lupo capì che doveva essere lui a decidere quello che bisognava fare. Solo che non ne aveva la minima idea. Sapeva soltanto che dovevano andarsene e anche di corsa. Sospirò.

«Dai forza, dammi una mano».

«Cosa vuoi fare?».

«Portarlo fuori da qui, è chiaro».

«…».

«Senti Milva. Questo tra un po' si sveglierà. Non possiamo lasciarlo qui. Noi ora lo portiamo fuori, chiudiamo il bar e ce ne andiamo via»

Milva rise. Una risata isterica. Il Lupo non ci fece caso, spinse la donna verso il corpo a terra e le ordinò di sollevarlo

«Al mio tre lo solleviamo e lo portiamo fuori, sul retro».

Con grande fatica riuscirono a portare l'uomo fuori dal locale e da lì lo trascinarono sul retro. Poi corsero a chiudere il bar.

«E adesso?»

«E adesso vieni via con me».

«Ma tu scherzi!»

«No, non scherzo» Il Lupo afferrò Milva per il polso e la trascinò verso la macchina «Andremo da me. Nessuno ti troverà».

Sgommò nel deserto del parcheggio, i bambini nel parco lì vicino non si erano accorti di nulla. La strada era vuota. Guidò rapido e non scambiarono una parola. Il Lupo stava ricostruendo tutto quello che era accaduto negli ultimi minuti. Aveva aiutato Milva, l'aveva salvata. Protetta. E adesso era lì, al suo fianco. Lui che guidava e lei con la testa appoggiata al finestrino nel cuore della loro città. Insieme. Quante volte aveva sognato questo momento! Subito non sapeva bene cosa voleva, ma ora, con la città che sonnecchiava nel caldo di metà giugno e Milva nella sua auto, bé sì, d'improvviso aveva capito tutto. L'avrebbe aiutata a salvarsi.           

Sì amore mio: ti proteggerò io.

 

Lo sapeva che sarebbe andata a finire male. Se ne era convinta, sin da subito. Da quel maledetto giorno che arrivata al bar aveva trovato una delle vetrate in frantumi. Lei non era stupida, per niente. Aveva capito cosa significava quel vetro rotto. E adesso era lì, in un’auto che non era la sua, con qualcuno al volante che  - ora ne era certa – proprio non conosceva. O meglio. Conosceva quel ragazzo come “il Lupo”, ma chi era davvero? Non riusciva a trovare ancora il coraggio di guardarlo. Lui non parlava, guidava nervoso verso una meta che conosceva soltanto lui. E lei si stava fidando. Non aveva altra scelta. Fino a pochi minuti prima aveva un coltello puntato alla gola e trenta milioni che non era riuscita a trovare. I soldi erano il meno. Anche il coltello. Non era la prima volta che le capitava. Anzi, forse aveva attraversato momenti ancor più difficili. O forse no. Bè, adesso lì, seduta con la testa appoggiata al finestrino di quell’auto, non le venivano in mente altre situazioni simili, ma sapeva di averle già vissute, nel suo passato. E in fondo, in un modo o nell’altro, ne era uscita fuori viva. No, quello che più la spaventava era qualcos’altro. Era la certezza di aver perso il bar. Era stupido, lo sapeva, ma quel bar era casa sua. Quel bar era tutta la sua vita. La sua nuova vita che con fatica si era ricostruita pezzo per pezzo. E quel bastardo terrone con un paio di sassi e un coltello l’aveva distrutta, cancellata.

Ormai erano arrivati dall’altra parte della città. L’auto continuava a correre. Milva con la coda dell’occhio riusciva a vedere il Lupo ancora scosso, sembrava avere più paura di lei. Ma chi era “il Lupo”? Chi accidenti era questo tizio che era entrato nella sua vita? L’aveva seguita, l’aveva pedinata e si era pure fatto beccare. E anche oggi lui era lì. Dopo tanti giorni che non si faceva vivo lui era ricomparso. Proprio quel giorno, proprio in quel momento. Come faceva a sapere?

Attenta Milva, non c’è da fidarsi. Lui sa. Lui è coinvolto, anche se a guardarlo sembra più spaventato di te.

Eppure c’era qualcosa che – si potrebbe dire – le dava sicurezza. Era come se avesse quasi la certezza di poterlo controllare. Non aveva paura. Paura l’aveva avuta prima, quando il freddo della lama le aveva stuzzicato la carotide. Lì si che aveva avuto paura. Adesso no. Adesso, a bordo di quell’auto, era più incertezza, era quasi curiosità: dove stavano andando? E cosa sarebbe accaduto, dopo?



...continua la prossima settimana...
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