Per acquistare il libro in formato cartaceo, fai clic qui:
CAP. 7 - Dove si comprende la potenza dei desideri parte 2
Dopo un tempo imprecisato fatto di respiri profondi e totale alterazione sensoriale, Fedele sentì la moto rallentare e infilarsi in un vialetto ghiaioso. Si scosse dal torpore estatico in cui era caduto, guardandosi intorno. Erano ancora fuori città, e procedevano lentamente tra filari di vite e campi coltivati, sollevando una nuvola di fumo bianco. Qualche minuto dopo si fermarono nel cortile di una vecchia casa colonica. Anzi, di un vecchio granaio, osservò Fedele notando la tipica forma allungata, il piano rialzato e la struttura ad archi che originariamente doveva presentare larghe aperture, ora chiuse dalla ristrutturazione. Sulla destra della facciata un grande portone sgangherato faceva intuire l’autorimessa, mentre l’unica piccola porta si raggiungeva tramite una scala esterna addossata alla parete. Ben strano posto per la famiglia di un imprenditore, pensò Fedele. Poi le sue considerazioni furono interrotte dall’arrivo festante di un cane dal manto dorato, che lo ignorò del tutto per ricevere le carezze di Valentina.
« Lui è Birillo, il mio uomo ideale».
Fedele improvvisò un’educata cinofilia grattando la testa del cane, che lo degnò solo di un breve sguardo prima di riprendere ad ignorarlo.
« Dai Birillo, cerca di essere educato! È un amico!» lo rimproverò ridendo Valentina. « Non farci caso, è un po’ duro da conquistare ma è adorabile. Entriamo?»
Fedele seguì Valentina lungo i pochi gradini della scala esterna, che conducevano al piano rialzato. Valentina armeggiò con le chiavi sulla porta. Dentro, la scala continuava nel buio dopo un piccolo pianerottolo.
« ‘petta, accendo la luce».
Improvvisamente una luce calda riempì gradualmente uno spazio enorme, sormontato dalle vecchie travi scure lungo gli spioventi del tetto, almeno dieci metri più in alto. Fedele salì i pochi gradini che ancora gli impedivano di vedere l’ampio locale, e si guardò intorno incuriosito.
« Wow. Che spettacolo».
« Ti piace? Ci sto ancora lavorando, ma sono a buon punto».
La casa si sviluppava in un unico immenso locale. Sulla sinistra la cucina in stile rustico, separata dal resto della stanza da un ampio bancone in muratura. Il resto dello spazio era occupato da un grande soggiorno, in cui ogni particolare era stato studiato con ricercata noncuranza. Pezzi di antiquariato in arte povera si accostavano senza stridere con un grande tavolo in cristallo e cromature. Due lunghi divani in tessuto chiaro isolavano un angolo riscaldato da un tappeto variopinto sui toni dell’arancio e del giallo. Un po’ ovunque oggetti etnici africani o centroamericani sbucavano tra pile di libri e CD. Era tutto assurdamente cacofonico, eppure trasmetteva un insospettabile senso di equilibrio. Anche lo spazio, quel volume d’aria enorme, era stato mosso abilmente da un vasto soppalco che ospitava la camera da letto. Fedele si sforzò di non guardare troppo a lungo in quella direzione.
« Ci sono venuta a stare un anno e mezzo fa. Non c’era praticamente niente».
« Beh, Vale. Mentirei se dicessi che non sono stupito. È fantastico, hai avuto un gusto incredibile».
« Grazie. Mettiti comodo, vado a cambiarmi».
Valentina salì la scalinata che portava al soppalco, mentre Fedele si metteva timidamente a sedere su uno dei divani. Il tavolino in legno scuro che aveva di fronte era ingombro di riviste di arredamento e motociclette. Notò anche una copia de “Il Senso di Smilla per la neve”. Ne avevano parlato da poco in chat. Entrambi l’avevano trovato eccezionale. Fedele lo sfogliò distrattamente, notando che la microscopica televisione era relegata in un angolo, in posizione decisamente defilata. Più spazio aveva il PC, che occupava una bella scrivania ottocentesca appoggiata alla parete. Fedele osservò lo schermo spento, immaginando Valentina intenta a pigiare sui tasti. Lui era già stato in questa casa. C’era stato attraverso il sommesso ronzio di un monitor, le sue parole e i suoi pensieri avevano solcato il silenzio di questa stessa stanza. Provò un brivido di consapevolezza. Era tutto vero, tutto concreto, tangibile. Quel mondo disegnato da miriadi di pixel era uscito dal campo delle sue emozioni e si era fatto vista, tatto, olfatto. E improvvisamente tutto ciò che fino a poche ore prima era stato reale e quotidiano, ora gli sembrava assurdamente astratto e lontano. Casa, amici, università, fidanzata. Su tutto era scesa una patina di irrealtà, del tutto simile a quella che fino a quel momento aveva reso così virtuale ed innocua l’idea di Valentina. Distolse i pensieri e cercò di concentrarsi sul sapore di quel momento.
***
Teenva non riusciva a concentrarsi sul libro. Erano passate le 18, doveva decidersi ad agire. Fece rapidamente i calcoli. Ancona – se poi era veramente ad Ancona – distava almeno 3 ore di treno. E lui adesso chissà dov’era, cosa stava facendo, e soprattutto con chi. Doveva tenere un margine di sicurezza, se Fedele avesse perso l’ultimo treno tutto sarebbe stato inutile. A pensarci bene, rischiava che anche un arrivo in nottata servisse a poco. Non poteva essere certo che il tizio di Sara passasse tutta la notte da lei. Anzi, era perfino poco probabile per una simile chiesaiola. Probabilmente dopo la scopata l’avrebbe cacciato via di nascosto. Fedele doveva essere di ritorno al massimo per mezzanotte. Ruppe gli indugi e prese il cellulare di Sara. Avrebbe scoperto presto se le sue previsioni erano azzeccate. Iniziò a comporre il messaggio. Un testo breve, su cui aveva meditato a lungo. Se conosceva anche solo un po’ quel codardo di Fedele, l’effetto sarebbe stato devastante.
***
Fedele aveva iniziato ad armeggiare fra i CD, quando riapparve Valentina. Infradito, short rossi e t-shirt bianca attillata, con la scritta “Harley Davidson” incurvata lungo la linea dei seni. Riccioli biondi sparsi sulle spalle e sorriso al tritolo. Si sedette di fianco a lui e lo guardò, senza dire niente. Fedele deglutì. Cercò disperatamente qualcosa da dire. Non gli veniva niente. Abbassò gli occhi su “Curve nella memoria”, la raccolta di De Gregori.
« Bella raccolta questa. Se non fosse che lui è così insopportabile… ma com’è che non vedo neanche un CD di Vasco? A proposito, a che ora inizia il concerto?»
Valentina distolse lo sguardo un istante, poi tornò a guardarlo dritto negli occhi, con un’espressione maliziosa che azzerò la saliva nel cavo orale di Fedele.
« Robinhood… devo confessarti una cosa. Non ho nessun biglietto. Per nessun concerto».
Fedele sgranò gli occhi, stupito. Lei vacillò un attimo, abbassando lo sguardo. Sembrava intimorita. Fedele la guardò serissimo per qualche secondo ancora.
« Vale, anche io devo confessarti una cosa. Vasco mi fa proprio schifo» aggiunse sorridendo.
Stavolta la sorpresa fu tutta di Valentina, che prima lo guardò a bocca aperta, poi scoppiò a ridere insieme a lui. Risero di gusto e a lungo, gli occhi negli occhi, fra lacrime di complicità. Si ritrovarono improvvisamente molto vicini, le spalle appoggiate allo schienale morbido del divano, i visi a pochi centimetri uno dall’altro. Si fecero improvvisamente seri.
« Non sapevo come fare. Volevo che venissi. Avevo bisogno di una scusa. Volevo vederti» sussurrò lei.
« No. Ero io che avevo bisogno di una scusa, e tu lo sapevi».
Fedele sentì il proprio battito accelerare, un istante prima che la consapevolezza di quanto stava per succedere giungesse a livello razionale. Sentì tutto il peso dello sguardo di Valentina. Sentì il suo profumo, il calore del suo corpo. Sentì l’ansito leggero del suo respiro,la forza del suo desiderio, il richiamo insostenibile delle sue labbra. Sentì i propri muscoli addominali contrarsi, la distanza fra loro diminuire ancora, le proprie labbra schiudersi, il volto di lei inclinarsi leggermente.
Poi, sentì lo squillo del cellulare.
Ancora una volta, il suo corpo reagì prima che la mente potesse dire la sua. Si bloccò, gli occhi immobilizzati su un punto imprecisato oltre il cranio di Valentina. La mano sinistra corse autonomamente fino alla tasca dei jeans. Solo a quel punto i neuroni avevano districato la matassa emotiva a sufficienza per indirizzare fino alle labbra un mormorio.
« Scusa…»
Estrasse con qualche difficoltà il cellulare dalla tasca. Sul display il simbolo della busta. 1 nuovo messaggio. Pollice sul pulsante centrale, leggero tremolio della prima falange. “Leggi”. Lettere scure sullo sfondo verde retroilluminato.
Da: Sara cell.
Sei un bastardo. Mi fidavo di te. Non voglio più vederti
Il sistema simpatico di Fedele contrasse istantaneamente i vasi sanguigni periferici. Divenne terreo, le mani e i piedi gelidi. La fronte gli si imperlò di sudore. Socchiuse gli occhi, e vacillò leggermente.
« Robby? Robby, ti senti bene? Ehi…»
La voce preoccupata di Valentina lo riscosse leggermente. Strinse più volte le palpebre, passandosi una mano sul viso. Si guardò intorno, confuso. Cosa stava facendo qui? Cosa stava facendo qui? Cosa diavolo stava facendo qui? No, non era possibile. Non era possibile. Non poteva essere vero. Nei suoi occhi si dipinse il panico. Inspirò avidamente e si alzò di scatto. Iniziò a camminare su e giù per la stanza, in preda all’agitazione. Scuoteva la testa e mormorava fra sé, rivolgendo gli occhi ora al pavimento ora al soffitto. Valentina, immobilizzata sul divano, lo guardava incredula.
« Robby…»
Fedele finalmente registrò la presenza di Valentina. Con uno sforzo notevole recuperò un minimo di contegno e la guardò con aria colpevole.
« Cosa è successo, Robby? Cosa c’era scritto nel messaggio?»
Lui non rispose. Si sedette e affondò il viso fra le mani.
« E’ lei, vero? La tua fidanzata. Ti ha beccato».
Lui annuì impercettibilmente.
« Capisco». La sua voce si era fatta glaciale. Era tutto chiaro. Terribilmente chiaro.
Restarono in silenzio per un tempo interminabile. Poi Fedele alzò il viso. I suoi occhi erano arrossati.
« Mi dispiace Vale. Mi dispiace».
Lei era una maschera immobile. Nessuna traccia di emozione. Non c’era molto altro da dire. Lui aveva già fatto la sua scelta.
« E adesso cosa vuoi fare?»
« Ti prego, portami alla stazione».
***
Di ritorno dalla stazione, Valentina guidava con il riflesso del sole ormai basso sugli occhiali scuri. Non aveva detto una sola parola, per tutto il tempo. Aveva semplicemente tirato fuori il Pajero dalla rimessa, guidando lentamente e in silenzio. Aveva accostato di fronte all’ingresso della stazione, aspettando che lui scendesse senza mai guardarlo, tenendo il motore accesso. Quando finalmente aveva sentito chiudersi la portiera era ripartita senza salutarlo.
Valentina era delusa e arrabbiata, soprattutto con se stessa. Per queste lacrime stupide che ora scendevano in modo del tutto indipendente dalla sua volontà, offuscandole la vista. Per l’intensa e ottusa felicità che si era permessa di provare oggi. Per quell’irragionevole speranza che le si era intrufolata dentro, esponendola a tutto questo inutile dolore. Ma soprattutto, Valentina non poteva perdonarsi di avere messo la testa sotto la sabbia per tanto tempo. Sapeva di Sara, ma aveva deliberatamente evitato di porsi il problema. Non era stata eccessiva fiducia in se stessa, no. Era stata paura. Paura che affrontare quell’argomento potesse far evaporare l’armonia magica che si era creata fra loro. Paura che volere troppo potesse significare perdere tutto. E così era rimasta a galleggiare sopra quel gigantesco silenzio, aspettando come una scema l’onda che l’aveva spazzata via in un istante. Era bastato un messaggio. Cancellata da 160 caratteri. Questo valeva, per lui. Meno di 160 caratteri.
Fermò la macchina nel cortile di fronte a casa. Era esausta. Voleva solo farsi una doccia, dormire e dimenticare. Si sfilò gli occhiali da sole e li ripose davanti alla leva del cambio. Nel farlo, posò gli occhi sulla copertina del volume che lui aveva lasciato sul sedile del passeggero. La storia infinita. L’aveva fatto quasi di nascosto, prima di scendere, mormorando qualcosa come “L’avevo preso per te”. Lei non l’aveva quasi sentito.
Lo prese in mano e lo guardò. La copertina rigida color rubino cupo, con i due serpenti che si mordono vicendevolmente la coda. Nel formato originale, che ormai non si trovava più da nessuna parte. Chissà dove era andato a scovarlo.
Valentina non resistette alla tentazione di aprirlo. Nella prima pagina c’era una dedica, scritta con la sua grafia nervosa. Una citazione del testo.
“Ma i desideri non si possono evocare, né soffocare a piacimento.
Essi nascono dalle profondità più remote del nostro animo, più nascosti di ogni altra intenzione, siano essi buoni o cattivi. E a nostra insaputa.”
Grazie, per avermi fatto desiderare.
Roberto
Gli occhi le si riempirono ancora di lacrime. Scosse la testa e sorrise amara. Poi scese dalla macchina e gettò il libro nel bidone dei rifiuti.
***
Il treno fermò nella stazione di Reggio Emilia alle 23.57, puntuale. Una notte tiepida accolse Fedele nel silenzio tombale del quarto binario. Camminò lentamente accanto al treno che ripartì quasi subito, accompagnandolo per qualche secondo prima di sparire tra le luci distanti della periferia cittadina. Infilò la scalinata del sottopassaggio e riemerse all’altezza del primo binario. Un paio d’occhi scuri si soffermò sul suo zainetto in un modo che, in altri momenti, avrebbe potuto preoccuparlo. Non stasera. Infilò la porta della stazione e si diresse verso la macchina.
In treno aveva avuto modo di riprendersi e di riflettere. C’era voluta almeno un’ora di agonia sul sedile prima che il suo cervello riprendesse a funzionare normalmente, ma nelle rimanenti due ore di viaggio c’era stato tutto il tempo di andare oltre il devastante senso di colpa e la disperazione per il messaggio di Sara. C’era stato il tempo di fermarsi a riflettere su cause, effetti e meccanismi. Adesso, oltre all’esorbitante quantità di elaborate autodiagnosi a sfondo vagamente psicologico, a Fedele rimanevano due domande fondamentali.
La prima riguardava la sua reazione al messaggio. Cosa diavolo gli era successo? D’accordo, era stato sorpreso con le mani nella marmellata, ma in definitiva niente giustificava una reazione tanto istintiva e precipitosa. Si era scoperto molto più fragile del previsto. Aveva perso ogni barlume di razionalità, e per un tempo incredibilmente lungo la sua mente era stata occupata da un solo pensiero: devo andare da lei, devo spiegarle tutto. Aveva sentito con una forza insostenibile il bisogno di scaricare su Sara la responsabilità della scelta, di farsi uccidere da lei piuttosto che sopportarsi così, completamente sbagliato. Non aveva saputo reggere nemmeno per un istante il peso del suo tradimento. Di quale tradimento, poi? Alla fine, nei fatti, lui era ancora Fedele. Non per merito suo, forse, ma lo era ancora. E i processi alle intenzioni, nel codice penale della sua coscienza, portavano a condanne più blande. Era sempre stato così. E allora perché reagire in modo tanto spropositato?
La seconda era di ordine molto più pratico. Dove aveva sbagliato? Come aveva fatto Sara a scoprire la verità? Era convinto di avere fatto tutto il necessario per coprirsi nel migliore dei modi. Nessuno al mondo sapeva di Valentina. Le uniche tracce erano nel suo computer, e Sara non aveva né l’opportunità né le capacità necessarie a entrare nel suo PC e aprire certi files accuratamente protetti da password. Certo, lei era tragicamente gelosa… probabilmente aveva scoperto che quella di Vasco era solo una copertura, ed era saltata alle conclusioni. Un attimo, però. Quali conclusioni? Lei non aveva scritto niente a proposito di tradimenti o altre donne. Lei aveva parlato solo di fiducia. Mi fidavo di te. Sì, doveva essere andata così. Sara aveva scoperto che lui le aveva mentito, ma non aveva nessuna prova del fatto che la stesse tradendo. Probabilmente lo immaginava, o non avrebbe scritto un simile messaggio, ma non lo sapeva, non poteva saperlo. Se era così, aveva ancora una possibilità. Si trattava di trovare una scusa credibile, qualcosa che non fosse la verità ma giustificasse l’esigenza di mentirle. Qualcosa che lei non avrebbe mai approvato. Tipo passare la notte in discoteca sulla riviera romagnola. Ecco, qualcosa del genere. Una notte brava fra amici, troppo lontana dai suoi schemi di brava ragazza di parrocchia per poter essere spiegata. Però doveva fare molta, molta attenzione a non tradirsi... Il problema era che lui non aveva idea di cosa avesse esattamente scoperto Sara, e soprattutto come. Poteva avere parlato con Teenva o qualcuno dell’Hdemia? No, era da escludere, li conosceva solo per nome, non li aveva mai incontrati. E allora chi altro poteva averlo tradito? Nessun altro sapeva di quel viaggio, a parte i suoi amici e la sua famiglia, non c’era altra possibiltà.
Si fermò in mezzo al marciapiede, come fulminato. La sua famiglia. Sua madre. Aveva usato due scuse diverse per la madre e per Sara. A lei aveva detto di essere andato con Teenva, a sua madre di essere andato con Sara. Un errore imperdonabile, assolutamente imperdonabile. Si erano parlate. Doveva essere andata così. Avrebbe voluto prendersi a schiaffi, per quanto era stato idiota.
A pensarci bene, però, in questo modo non si era bruciato la carta dell’uscita in gruppo… quindi restava ancora aperta la porta della notte brava con l’Hdemia. Avrebbe potuto dire a Sara di essere andato con Teenva e gli altri… facciamo a Rimini. A Rimini, sì, all’inaugurazione di qualche discoteca! Si sarebbe sperticato in scuse, ma non avrebbe mancato di sollevare qualche timida obiezione. Se lei si fosse veramente fidata di lui non l’avrebbe messo in condizione di dover mentire. Certo, lui aveva sbagliato, non si sarebbe mai più ripetuto, le chiedeva perdono. Ma forse, in futuro, avrebbero davvero dovuto imparare a fidarsi fino in fondo l’uno dell’altra.
Fedele inspirò a fondo la notte stellata di via Turri. C’era ancora un barlume di speranza, c’era ancora qualche carta da giocare. Poteva ancora salvarsi. Certo, bisognava barare fino in fondo, aggiungere menzogna a menzogna, e farlo anche bene. Ma il gioco valeva la candela. E poi lui si chiamava Fedele… non Sincero…
***
Sara osservava il profilo spigoloso del naso di Max. Lui era disteso supino, la nuca affondata nel soffice cuscino bianco, le palpebre socchiuse. Lei era sul fianco destro, i seni premuti sul braccio sinistro di lui, le labbra appoggiate sulla sua spalla in una serie interminabile di piccoli baci. Sara percorreva lentamente i tratti del suo viso con l’indice della mano sinistra. Nel farlo, ascoltava la merviglia di questo silenzio. Silenzio dentro. Nessun senso di colpa, nessuna tensione. Era tutto come avrebbe dovuto essere. Naturale, intimo, profondo. Dal punto di vista strettamente erotico, non era stato un rapporto fuori dell’ordinario. Ciò che lo aveva reso così intenso, lei lo comprendeva bene, era stata l’intesa spirituale, che aveva amplificato il suo piacere fino a vette mai sperimentate prima. Adesso, in questo spazio dove nessuna parola avrebbe potuto trovare la minima adeguatezza, Sara si sentiva inspiegabilmente e dolcemente giusta.
Il pensiero sfiorò solo per un istante, con un senso di remoto disagio, l’immagine di Fedele. Questo non era stato un tradimento, ma la fioritura spontanea di un bocciolo tenuto per troppo tempo al buio. Soltanto l’ordine degli eventi era stato invertito. Avrebbe voluto potergli parlare già nel pomeriggio, ma il furto del cellulare e la sua partenza per il concerto gliel’avevano impedito. Poco male. Dentro di sé, l’aveva già lasciato.
***
All’interno della sua Z3 parcheggiata in doppia fila di fronte alla stazione, Teenva strinse il pugno in un silenzioso gesto di esultanza quando vide Fedele uscire a passo svelto. Tutti i suoi calcoli erano stati esatti, dunque.
Subito dopo aver inviato l’sms, Teenva era stato colto da mille dubbi. Si era reso conto di avere dato retta al proprio istinto in maniera forse eccessiva. Aveva dato per scontato che Fedele fosse con una ragazza, e di questo era quasi certo. Ma aveva anche dato per scontato che quella strana destinazione – Ancona – fosse quella in cui effettivamente si sarebbe recato. Conoscendo Fedele, era chiaro che sarebbe andato in treno. Non amava guidare, e Ancona era piuttosto lontana. Ma se invece quella mèta fosse stata solo un’altra bugia? Se l’avventura fosse stata a Reggio o poco distante, e avesse voluto soltanto garantirsi la possibilità di passare la notte fuori? In quel caso tutti i suoi calcoli sarebbero stati sbagliati, e il messaggio ricevuto poco dopo le 18 avrebbe potuto indurlo a correre da Sara prima che arrivasse il suo manzo. Perché su questo non c’erano dubbi: Fedele si sarebbe cagato nelle braghe e sarebbe corso immediatamente a chiedere perdono al suo amore. Ma se questa corsa fosse stata solo una passeggiata di pochi minuti? C’era solo un modo per scoprirlo: Teenva aveva telefonato in stazione e si era fatto dare gli orari di tutti i treni in arrivo da Ancona. Aveva atteso alcune ore, poi era andato ad appostarsi di fronte alla stazione.
Adesso, vedendo Fedele percorrere via Turri con il viso tirato e pensieroso, Teenva provava una sensazione dolceamara di trionfo. Se Fedele fosse andato direttamente a casa di Sara il piano sarebbe perfettamente riuscito, e quel figlio di puttana avrebbe avuto quello che si meritava.
Girò la chiavetta e accese il motore. Quando l’utilitaria di Fedele si mosse, iniziò a seguirla mantenendosi a prudente distanza.
***
Fedele parcheggiò di fronte alla palazzina in cui abitava Sara pochi minuti dopo la mezzanotte. La possibilità di andare a dormire e affrontare la questione il giorno dopo – l’ultima preoccupazione di Teenva – non lo aveva sfiorato nemmeno per un istante. Doveva risolvere la cosa subito, dimostrarle che per lei era stato pronto a mollare tutto, cosa peraltro vera. Sara era la cosa più importante. Lui e lei, insieme. Solo con lei era Fedele, nonostante tutto. Solo con lei tutto tornava in ordine, ogni cosa al proprio posto.
Aprì la porta esterna con le sue chiavi, come faceva sempre, e salì velocemente i gradini fino al terzo piano, ripassando mentalmente quello che le avrebbe detto. Indossò una maschera di profonda contrizione, sostenuta però da un robusto sottofondo di dignità. Ti chiedo perdono amore, ma andiamo oltre questo episodio. Non fermiamoci al dito, guardiamo la luna. Ciò che conta siamo noi due, la fiducia fra noi, il progetto che vogliamo realizzare insieme. Cogliamo questa opportunità perché sia un nuovo inizio, su nuove basi.
Suonò il campanello. Silenzio. Probabilmente stava dormendo. Rumore di passi oltre la porta.
« Chi è?»
« Sono io, Sara. Per favore, fammi entrare».
Ancora silenzio. A lungo. Se lo aspettava, visto il tenore del messaggio. Probabilmente non voleva vederlo, era troppo arrabbiata. Non importava. Avrebbe dormito sul pianerottolo, se fosse stato necessario.
Stava per suonare di nuovo, quando sentì la chiave girare nella serratura. La porta si aprì. Sara era di fronte a lui, in una camicia da notte baby doll bianca. Se Fedele fosse stato abbastanza lucido avrebbe notato che si trattava di un capo nuovo, insolitamente sexy.
«Grazie di avermi fatto entrare… Sara, io… io non so cosa dire… come chiederti perdono…»
Si interruppe, guardandola in viso. Fino a quel momento era stato così concentrato sul proprio ruolo da non cogliere l’espressione angosciata di lei. Era pallida, con il viso tirato e uno sguardo che non aveva niente del furore o del disprezzo che si era aspettato. Quella che vedeva nei suoi occhi era inequivocabilmente paura. Fedele lo registrò a livello inconscio, con il risultato di trovarsi improvvisamente confuso e a corto di parole. Restò in silenzio a guardarla per alcuni istanti, fino a quando un movimento sullo sfondo attirò la sua attenzione.
Dalla camera da letto vide uscire la sagoma di un uomo. Basso, naso aquilino, jeans e maglietta. Giovane. Mai vistoprima. Si era andato a piazzare lentamente proprio di fianco a Sara, e ora guardava Fedele dritto negli occhi, con un’espressione che era insieme di colpa e di sfida. Fedele lasciò cadere la mandibola di un paio di centimetri. Guardò Sara. Poi lui. Poi li guardò insieme.
« E questo chi cazzo è?»
***
Teenva vide Fedele uscire dalla palazzina. Controllò l’orologio. Era stato dentro meno di quindici minuti. Aveva il viso sconvolto, lo sguardo sbarrato. Sembrava in trance. Splendido.
Girò la chiavetta e portò la Z3 sul ciglio della strada. Quando Fedele gli passò accanto, abbassò il finestrino.
« Ciao, Fedele». Fece una breve pausa, vedendo il dolore dipinto sul viso di quello che era stato il suo migliore amico. « Spero che tu abbia passato una bella serata. La mia è stata ottima».
Mantenendo il sorriso sulle labbra, ingranò la prima e partì sgommando.
...continua la prossima settimana... Per leggere le parti precedenti, fai click su "Leggi il romanzo" nel menu in alto