mi accodo volentieri all’encomio che il nobile padre dr. Fedele ha testè sagacemente espresso in favore del valente Discipulo. Seppur venati di una innegabile dose di ingenuità, i contributi che il giovin virgulto ha saputo portare al recente Convivio sulla Tricotica Quaestio hanno colpito favorevolmente il ConSesso intero. Se a questo aggiungiamo le pregevolissime prestazioni sfoderate in occasione delle recenti serate sperimentali, riteniamo che i tempi siano ormai maturi affinchè l’Hdemia tutta riconosca anche formalmente al Discipulo i progressi compiuti.
Formuliamo pertanto al Senatus Hdemico
formale proposta
di elevare il valente Discipulo al titolo di Accolitus Hdemicus, passo che precede di poco la solenne nomina a Doctor, per la quale riteniamo necessario un ulteriore periodo di preparazione.
In attesa di conoscere il Vostro parere in merito, cordialmente salutiamo levando come sempre il calice alla salute del Pregiato Tubero
in Vulva Veritas Libero Ricercatope
giovedì 8 giugno 2000
Fedele, leggendo la mail del Libero Ricercatope, pensò con amarezza che la guerra si era spostata sulla pelle del Discipulo. Dopo lo scazzo della settimana precedente non si era più saputo niente di Teenva. Per quanto continuassero a mettere il suo indirizzo nelle mail, come un blando segno di pace, lui continuava ad opporre un silenzio che sapeva tanto di definitivo. Fedele non aveva dubbi sul fatto che Teenva continuasse comunque a leggere le mail e a seguire le vicende dell’Hdemia. Non avrebbe quindi mancato di notare l’offensiva che questa, con un accordo tacito ma unanime, stava sferrando sul povero Discipulo – anzi, Accolitus - per sottrarlo alla potestà di Teenva. Solo pochi giorni prima Fedele non avrebbe ritenuto possibile che chiunque – Hdemia, sport o ragazze – potesse sostituirsi a Teenva nella gerarchia di influenze sul giovane Manuele, ma evidentemente si sbagliava. Il Discipulo sembrava aver fatto la sua scelta, se non altro per il modo in cui si era comportato recentemente. Sempre presente, più che mai attivo, senza una sola parola su Teenva e su quanto era successo. Forse anche lui si era sentito in qualche modo tradito dal suo mentore, che non lo aveva più degnato della minima attenzione dopo la serata al Los Angeles. O forse era davvero cresciuto, acquisendo progressivamente maggiore autonomia. Forse, semplicemente, si era accorto che senza Teenva non si stava poi così male, che c’era più spazio per lui, per la sua individualità. Autostima, forse. Ipotesi affascinanti, sostenute da un fatto inconfutabile: il neo-Accolitus si muoveva ormai in modo del tutto indipendente da Teenva, il quale aveva incassato la cosa senza opporre la minima resistenza. Quella ragazzina l’aveva completamente accecato. Chissà, forse sarebbe rinsavito vedendo la terra bruciata che si stava espandendo intorno a lui. Fedele ci sperava sul serio. Gli mancavano Teenva, la sua complicità, il suo sorriso beffardo. Gli equilibri fragili e complessi della loro amicizia erano il motore dell’Hdemia, il carburante necessario a far progredire quel gruppo improbabile. Fedele dovette ammettere con se stesso, amaramente, che senza Teenva l’Hdemia difficilmente sarebbe sopravvissuta a lungo. Scosse lentamente il capo, rivedendo di fronte a sé lo sguardo ciecamente determinato dell’amico, la sua rabbia assoluta, priva di ogni proporzione. Si era mosso qualcosa, in Teenva. Quanto c’entrasse Pamela in tutto questo, Fedele non avrebbe saputo dirlo. C’era di più, c’era qualcosa che scricchiolava da tempo, qualcosa che chiedeva soltanto l’occasione giusta per crollare. Lui non aveva saputo ascoltare, non aveva colto i segni di quanto stava per accadere, finchè non era accaduto. Bell’amico. Nel momento più importante, era andato là con la sua verità in bocca, e aveva fatto esattamente quello che ci si sarebbe aspettati da lui. Una bella predica. Bravo Fedele. Fedele. A chi sei fedele, Fedele? Di chi ti importa? Di Teenva, del tuo amico? O anche lui deve oscillare entro i confini precisi delle tue convinzioni? E quando ne esce, Fedele, cos’è che conta? E cosa succede quando sei tu che ne esci?
Strinse forte gli occhi, alzò una diga silenziosa dentro di sé. Non avrebbe permesso alla sua paura di tracimare. Non ora, non oggi.
Controllò l’orologio. Le 7.05. Treno alle 8.02, tre ore abbondanti per arrivare ad Ancona. Doveva muoversi.Spense il PC e la coscienza, diretto verso la doccia. In corridoio incrociò la madre, ancora in camicia da notte.
« Dài Robby, se non ti sbrighi perdete il treno».
Sì mamma tranquilla ce la faccio, sì Sara la passo a prendere io, sì ho preso la crema solare, lo so che poi mi scotto, non preoccuparti ti chiamo appena arriviamo.
Passò almeno tre minuti in contemplazione davanti al cassetto delle t-shirt. Non ricordava una sola volta in cui avesse impiegato più di trenta secondi per decidere cosa mettersi. Aprì, scartò e ripiegò alla meno peggio almeno quattro magliette prima di optare per quella azzurra con fascia orizzontale blu della Reebok. Con sincero stupore sorprese un pensiero attraversargli la fronte “si intona con i miei occhi”. Se ne vergognò e si sentì improvvisamente molto debole. Ma era una bella sensazione. Per una volta, non si sarebbe identificato soltanto nelle parole e nelle idee. Adesso si gioca a soldi veri, Fedele. Sguardi, odori. E movimenti, proporzioni, ombre. Un altro sport.
Jeans leggeri ma lunghi, nonostante la giornata calda, pullover di cotone blu per la sera, il vecchio Jolly Invicta viola con la copertura balneare, che sarebbe rimasto nel baule della macchina: telo da mare, costume, creme abbronzanti e ben nascosto in fondo un altro zainetto, più piccolo, che avrebbe viaggiato fino ad Ancona. Portafogli, occhiali scuri, lettore CD, cellulare. Una copia de La storia Infinita con dedica per Valentina. E un pacchetto di preservativi. Scatole cinesi, una dentro l’altra, fino alla verità. Dall’innocuo involucro liceale, al contenuto del bravo moroso, fino allo zainetto nascosto del seduttore telematico e infine, nel profondo di quello, l’ultima scatola e la sua realtà inoppugnabile. L’essenza di tutto. Si ri-vergognò, sorridendo compiaciuto.
Alle 7.45 l’utilitaria di Fedele era parcheggiata in una piccola laterale di via Turri, a pochi metri dalla stazione. Estrasse lo zainetto blu dal Jolly e ripose quest’ultimo nel baule. Chiuse a chiave l’auto. Inspirò a fondo e guardò il cielo azzurrissimo, che prometteva una fantastica giornata. Sì, una fantastica giornata. Con passo inaspettatamente leggero si avviò a testa alta verso l’ingresso della stazione, guardandosi intorno come se vedesse Reggio per la prima volta. Il viavai di macchine, il volo dei passeri tra gli alberi del viale. I volti indaffarati degli uomini in giacca e cravatta, l’espressione stanca e indecifrabile del nordafricano appoggiato al muro. Tutto aveva colori nuovi, note squillanti, urgenti. L’aria frizzante del mattino solleticava le guance e i bronchi come la carezza eccessiva di un bambino. Fedele non aveva mai provato una simile eccitazione, gli effetti inebrianti dell’avventatezza.
Il treno arrivò puntuale sul binario quattro. Prese posto accanto a una donna che parlava al cellulare in tono concitato, tra i bottoni del tailleur e un’acconciatura inappuntabile che concedeva qualcosa alla femminilità ma niente all’emozione. Non potè impedirsi di controllare a sua volta il cellulare, per l’ennesima volta. Ancora nessun messaggio di Sara, né chiamate. Non la sentiva dalla mattina precedente. Strano, stranissimo. Doveva avere fatto uno sforzo enorme per non fargli mille domande su quella trasferta, per non tempestarlo con la gelosia glaciale dei suoi messaggini e delle telefonate “di saluto”. Con tutti i suoi difetti, Sara era una ragazza eccezionale. Era stata capace di mettere a tacere quello che Fedele sapeva essere un forte istinto possessivo, per concedergli la fiducia che tante volte lui aveva invocato come indispensabile per far crescere il loro rapporto. Aveva capito che allentare le redini era l’unico modo per consentirgli di avvicinarsi di più a lei, per fargli superare il solco che ancora manteneva le loro vite su piani sostanzialmente così distanti. Lei aveva fatto il suo pezzo di strada, e lui… Interruppe brutalmente il flusso dei pensieri sull’orlo della diga, un attimo prima che tracimassero. Avrebbe retto. Non si sarebbe fermato. Contemplò per un attimo la possibilità di chiamarla, ma la sola idea lo fece sentire a disagio. Fece per scriverle un messaggio, ma improvvisamente si trovò a corto di menzogne. Scorse i messaggi ricevuti e aprì l’ultimo di “Valerio”, arrivato alle 2.30 di quella mattina: E’ quasi domani. Giurami che questa notte prima o poi finirà. Se Sara non si faceva sentire, poco male. Fin che la barca va, lasciala andare.
Alle 11.12 il treno uscì dalla stazione di Falconara Marittima. Dieci minuti all’arrivo. Una buona metà dei passeggeri era scesa a Bologna, compresa la donna manager. Fedele aveva dovuto detestare lei e il suo tono assertivo soltanto per quarantacinque minuti. Poi il treno aveva continuato a seminare viaggiatori lungo tutta la riviera romagnola, Pollicino meccanico dispensatore di nonne apprensive e bambini grassocci. Rimini, Rimini Miramare, Riccione, Cattolica, Gabicce, in un tripudio di saporite vocali romagnole mischiate con la quasi totalità delle parlate italiche. Solo dopo Senigallia aveva iniziato a regnare il silenzio, e Fedele aveva potuto finalmente sfilarsi le cuffie e spegnere il lettore CD. Il timbro profondo di De Andrè aveva ammorbidito la cacofonia di quel viaggio per oltre due ore, offrendogli come sempre tonnellate di pensieri possibili su cui dirottare prudentemente la propria attenzione. All’inizio aveva persino provato ad ascoltare Rewind, l’ultimo live di Vasco che aveva acquistato controvoglia proprio il giorno prima. Evidentemente a Valentina piaceva molto, era necessario mostrarsi preparati. La cosa lo aveva sorpreso, perché in chat avevano parlato spesso di musica, ma Vasco non era mai uscito, né in bene né in male. Sapeva della sua passione per De Andrè e Fossati, si erano accapigliati su De Gregori e l’ultimo Baglioni, avevano condiviso un amore viscerale per la chitarra di Mark Knopfler. Ma non gli sembrava tipo da Vasco Rossi. Dopo quindici minuti di ascolto, aveva rinunciato. Non faceva per lui. Bravo, per l’amor di Dio, ma un po’ troppo casinista per i suoi gusti. Aveva estratto dal porta CD “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, poiaveva chiuso gli occhi.
La scritta “Ancona” bianca su fondo blu attraversò più volte il finestrino, sempre più lentamente, accompaganta dal familiare cigolio dei freni. Fedele raccolse il suo zainetto, fece un respiro profondo e si avviò lungo il binario, poi nel sottopassaggio, infine nell’ingresso della stazione di fronte alle biglietterie. Cercava fra i volti dei viaggiatori il profilo digitale di Valentina, con un senso curioso di irrealtà, come se stesse osservando la scena di un film, come se non fosse lui quel ragazzo alto in jeans chiari e maglietta azzurra che si guardava intorno con aria smarrita. Finchè la vide. A una decina di metri da lui, fece capolino fra il gigantesco zaino di un biondo turista straniero e il profilo incravattato di un uomo d’affari. Incrociò il suo ampio sorriso, e tutta la scena gli si inchiodò nella mente con una forza inaudita. Registrò la voce dello speaker – Ancona, stazione di Ancona – la corrente d’aria fra la porta d‘ingresso e quella di accesso al primo binario, il riflesso della luce sul pavimento di piastrelle grigie, l’azzurro del cielo incastonato in una fascia di orizzonte, attraverso i vetri a scacchi delle porte della stazione. L’immagine di Valentina crebbe progressivamente, mano a mano che i suoi piedi si muovevano automaticamente verso di lei, mentre un sorriso da perfetto idiota, dotato di vita propria, prendeva possesso delle sue labbra. Restarono uno di fronte all’altra senza dirsi niente, per alcuni interminabili secondi, durante i quali la stazione continuava insensibile a vorticare intorno a loro.
« Allora, sei tu » disse lei.
Lui non disse niente. Lei era bassa, più di quanto avesse immaginato. Ed era bella, più o meno come aveva immaginato. Aveva pensato di abbracciarla, magari di baciarla con trasporto. Aveva pensato che il solo vederla avrebbe innescato una reazione nucleare, che Ancona sarebbe stata spazzata via in un istante dalla potenza di quell’incontro. Invece, c’era mezzo metro di paura compressa fra loro due. Mezzo metro che irrigidiva i legamenti.
« Beh… ciao».
« Ciao Robinhood. Hai fatto buon viaggio?»
Si allungò verso di lui, che dovette ingobbirsi un po’ per ricevere un bacio sulla guancia e il sentoreleggero di un profumo fresco. Lo prese per mano, riversando energia e luce nella voce. Ecco Valentina, pensò Fedele. Eccola che arriva.
« Dài, principe dei ladri! Vieni, che ti faccio vedere la mia città. È una bellissima giornata, siamo stati fortunati».
***
Teenva rigirò fra le mani il piccolo Nokia 3310. Pamela era stata eccezionale, come borseggiatrice. Poco più di un’ora dopo la loro telefonata si era presentata in scooter sotto casa sua, con il cellulare di Sara infilato nella tasca posteriore degli short. Per prenderlo, Teenva aveva dovuto necessariamente abbracciarla e passare le mani su quelle natiche di marmo, mentre lei gli infilava ridacchiando la punta della lingua nell’orecchio destro. Dopo – almeno una piacevole mezz’ora dopo – aveva dovuto spiegarle con estremo dettaglio i suoi sospetti e i suoi piani. Lei aveva sgranato gli occhi, poi si era fatta una bella risata. “Certo che come amico sei proprio uno stronzo!” aveva concluso divertita. Quindi si era messa a cavalcioni su di lui, ed era passata un’altra mezz’ora prima che tornasse a casa. A quel punto Teenva aveva quasi dimenticato il cellulare di Sara. Svuotato e felice, si era fatto una bella dormita e aveva passato la serata davanti alla tv, fantasticando durante le pubblicità sulle imminenti vacanze estive, che avrebbe trovato il modo di passare in barca con Pamela.
Oggi, invece, il suo caro amico Fedele occupava gran parte della sua attenzione, sicuramente più di quanto riuscisse a fare il testo di Diritto Penale. Aveva studiato con cura il cellulare di Sara, soprattutto nella sezione dei messaggi. Alcuni in particolare, arrivati proprio quella mattina da un numero non presente in rubrica, confermavano il contenuto della telefonata intercettata da Pamela. “Allora è confermato? Sono da te per le 20.30. Ti bacio. Ovunque.” “Non rispondi, devo preoccuparmi? Guarda che mi ero già fatto parecchie idee…”, “Non riesco a contattarti. Se non mi richiami passo da casa tua per sicurezza nel pomeriggio. A dopo”.
Teenva era decisamente soddisfato, in un modo perfido su cui non perse tempo a farsi troppe domande. Doveva pensare bene a come muoversi,dosare attentamente le parole ma soprattutto i tempi. Osservò l’orologio: le 11.30. Assolutamente troppo presto. Posò il cellulare e si concentrò di nuovo, faticosamente, sulle aggravanti generiche.
***
Uscendo nel sole abbacinante del mezzogiorno anconetano, Fedele riacquistò un minimo di presenza di spirito. Valentina lo trascinava per la mano destra, con lo sguardo acceso e un senso di euforia palpabile e fanciullesco. Portava pantaloni leggeri ma lunghi, e stivaletti bassi. Una giacca corta di pelle bordeaux le fasciava la vita sottile, lasciando scoperti i fianchi piccoli e tondeggianti. Era magra, ma non secca. Un metro e sessantatrè, stimò Fedele, di buona sostanza.
« Eccoci qua. Che dici, ci facciamo un giro?»
Si era fermata di fronte a una moto. Cioè. Non semplicemente una moto. La scritta sinuosa “Sportster” in bianco sul piccolo serbatoio sormontava tre cifre: 883. E, più sotto, il marchio. Harley Davidson.
A Fedele sfuggì un’imprecazione fra i denti.
«E’ tua, questa?»
«Sì. La mia bambina. Ti piace?» Valentina grondava fierezza da ogni ricciolo. C’era autentico affetto nel modo in cui passava la mano sulle cromature, beandosi dello sguardo stupito di Fedele.
«Non me ne avevi mai parlato… »
«Come no? Lo sai benissimo che adoro le moto»
«Sì ma… cioè, questa non è una moto… è… » Fedele ananspò in cerca della parola giusta, che non trovò. Scosse la testa, guardando il castano luminoso degli occhi di Valentina.
«Mi avevi detto solo che hai una ‘vecchia moto da strada’…»
«Era la verità. E’ un modello del ’57, ha 43 anni. Però li porta bene, vero?» Strizzò l’occhio e porse a Fedele un casco integrale blu. Con un gesto rapido del collo fece roteare indietro la lunga chioma e infilò rapida il suo casco, verde scuro come la moto. Fedele rimase inebetito a guardarla montare in sella, così minuta e sicura su quel bestione da 250 kg.
«Dai robinhood, cosa aspetti?»
Si arrampicò goffamente sulla sella, un po’ impacciato. Non sapeva bene dove mettere le mani. Alla fine decise di appoggiare poco più dei poplastrelli sui fianchi di Valentina, timidamente. Il bicilindrico americano fece sentire la sua voce profonda con una vibrazione che attraversò la colonna vertebrale di Fedele come un brivido di piacere. Pochi istanti dopo il porto scivolava sulla loro destra, con il grande arco di Traiano in primo piano sullo sfondo del cielo, velato di impalpabili nuvole bianche all’orizzonte. Fedele aumentò impercettibilmente la superficie dei palmi a contatto con i fianchi di Valentina, che rispose immediatamente staccando la mano sinistra dal manubrio. Prese la mano destra di Fedele e l’accompagnò fino all’altezza del proprio ombelico, senza lasciarla. L’aria salmastra penetrava nel casco di Fedele, insieme a immagini sfumate e luminose, chiazze verdi e blu e luce e ombra e vento e sole e voglia e pelle e sangue caldo. Avanzò anche la mano sinistra, premendo il proprio petto, dolcemente, sulla schiena di lei.
La moto accelerò progressivamente, volteggiando sulla strada tortuosa a picco sul mare, mentre Fedele riguadagnava progressivamente la lucidità necessaria a rendersi conto di quanto fosse, in quel preciso momento, pieno e vivo e presente. Felice, forse.
Quando si fermarono, pochi minuti dopo, erano nello spiazzo di fronte al Duomo, sulla collina che sovrasta la città. La facciata romanica si stagliava bianca e rossiccia sull’azzurro del cielo. Regnava un silenzio severo, che intimava rispetto. Nessun turista nella calura del mezzogiorno. Si avvicinarono ai grandi leoni che sorreggevano da secoli sulla schiena il peso delle colonne.
« Allora, ti piace?»
« Sono imbarazzato per la mia ignoranza. Pensavo che Ancona fosse una città triste e squallida… E’ splendida, tutta arrampicata sulle colline, con il mare sotto. E questo Duomo… adoro il romanico. È così essenziale, concreto. Si sente il peso del tempo. Mi fa sentire fragile».
« E ti piace sentirti fragile? » sorrise maliziosa Valentina.
« Non ci avevo mai pensato… ma sì, credo che mi piaccia. Potermi permettere di essere fragile, qualche volta. Voglio dire, guardi questi mattoni, pensi che stanno lì da quasi duemila anni… e tu sei una canna al vento. Puoi lasciare a loro l’eternità, l’obbligo di essere indistruttibili. È riposante».
Valentina lo guardò in un modo strano, difficile da decifrare, con i riccioli biondi incendiati dal sole. Poi scosse il capo in una risata sommessa e divertita. Fedele, che pensava di avere detto qualcosa di molto serio e profondo, ne fu sorpreso.
« Robby… tu pensi troppo. Sei così buffo, e non te ne accorgi nemmeno. Cosa ne dici se andiamo a mettere qualcosa sotto i denti?»
L’Harley 883 di Valentina riempì del suo rombo ancora quindici minuti di curve e dolci saliscendi nella campagna prima di fermarsi in un piccolo borgo medievale, di fronte all’entrata di una trattoria. Si sfilarono i caschi e varcarono la soglia, nella penombra. Da fuori Fedele non avrebbe mai immaginato tanta ricercata eleganza rurale. Mattoni e travi a vista si intonavano perfettamente con gli arredi in arte povera, in cui ogni pezzo era stato evidentemente cercato e collocato con estrema cura. Tavoli di solido legno scuro apparecchiati con raffinate tovaglie color avorio e ampi calici di cristallo, vetrinette colme di bottiglie preziose, e un po’ ovunque utensili di antico artigianato contadino. Fedele si sentiva leggermente in soggezione. Non era il posto alla buona che si era aspettato. Niente tovagliette di carta e menu plastificati, nessun televisore sintonizzato su qualche emittente locale. Quello era un posto di assoluto livello.
Valentina si muoveva con disinvoltura e familiarità. Salutò cordialmente il cameriere, che li fece accomodare con discrezione e professionalità in un angolo appartato della sala, dove soltanto un altro tavolo era occupato da due turisti dai tratti orientali. Al momento di ordinare il vino, il cameriere si rivolse a lei con la deferenza e il rispetto che si riservano a chi sa bene di cosa sta parlando.
« Per il vino, avete già scelto?»
Valentina non ebbe nemmeno bisogno di aprire la carta dei vini. Educatamente guardò Fedele per un istante con aria interrogativa, giusto per assicurarsi di non ledere eccessivamente il suo orgoglio virile, poi si rivolse al cameriere.
« Passo del Lupo, ce l’hai? Se ci fosse del ‘97…»
« Certamente. Ottima scelta».
Fedele era sinceramente stupito. Non tanto per il fatto che Valentina avesse ordinato il vino, quanto per la disinvoltura con cui l’aveva fatto. Era qualcosa di più di semplice passione o conoscenza. Era abitudine.
Pochi istanti dopo il cameriere tornò con la bottiglia e il tavolino di servizio, e la stappò secondo tutti i crismi del perfetto sommelier. Versò l’assaggio a Valentina, che si limitò ad accostare il naso al calice. Annusò un istante con gli occhi socchiusi, poi annuì profondamente e congedò il cameriere senza nemmeno portare il liquido alle labbra.
Fedele assaggiò a sua volta, e fu rapito dal corpo e dalla complessità del vino, che rivelava eleganza e carattere fuori del comune.
« Meraviglioso. Cos’è?»
Valentina alzò le sopracciglia in uno sguardo candidamente sorpreso, che fece avvampare Fedele.
« Beh… è un Conero. Il mio preferito. Passo del Lupo, riserva 1997. Fazi Battaglia lo conosci, no?»
« Ah, Fazi Battaglia. Conoscevo solo il Verdicchio… quello con la bottiglia a forma di anfora».
Si interruppe, per evitare ulteriori danni alla sua immagine di conoscitore di vino, così faticosamente e artificiosamente amplificata in chat.
« Sì, quella bottiglia è stata una grande idea commerciale. Adesso il verdicchio lo conoscono tutti. Il rosso Conero invece è meno diffuso, ma noi ne andiamo anche più fieri»,
Fedele la ascoltò ancora per qualche minuto parlare dei vini della sua terra, con una competenza che lo lasciò a bocca aperta. C’era qualcosa che non gli tornava. Decise di affrontare la questione in modo diretto, immediatamente.
« Evidentemente qui ad Ancona le impiegate guadagnano bene…».
Valentina si interruppe di colpo, come una bambina sorpresa con le mani nella marmellata.
« … come?»
« Beh, in chat mi hai detto che sei impiegata in una ditta di abbigliamento, giusto? A Reggio le impiegate difficilmente girano in Harley Davidson e pranzano in posti così».
Lei abbassò lo sguardo, forse per la prima volta da quando Fedele era sceso dal treno. Non era stata mai arrogante o presuntuosa, in alcun modo, ma si era mossa con grande sicurezza. Abbassò la voce, e quando rialzò il capo i suoi zigomi avevano preso colore.
« Neanche ad Ancona. A meno che si tratti della figlia del titolare».
Valentina non gli aveva mentito, si era limitata a nascondere una parte della verità. Tecnicamente, era davvero impiegata in una ditta di abbigliamento. L’azienda però apparteneva a suo padre, e lei era la stilista. Producevano linee di abbigliamento professionale. Camici, abiti da lavoro, divise di vario genere.
« Ma perché non me l’hai mai detto?»
« Me lo sono chiesta anche io… la verità è che non lo so. Forse temevo il tuo giudizio, forse non volevo darti l’impressione della capricciosa figlia di papà. Mi perdoni?»
« Certo che ti perdono. A patto che adesso tu non mi dica che sei anche berlusconiana!»
« No! No, giuro, quello no, mai!»
Risero insieme di gusto, come tante volte avevano fatto in chat, sparlando dell’ex-presidente del consiglio. Fedele provava un senso di ammirazione crescente per Valentina, perché essere di sinistra facendo l’impiegata era un conto, ma da figlia di imprenditore era tutta un’altra cosa. Circa due ore e una bottiglia più tardi, dopo molte risate e alcuni impegnativi silenzi, si alzarono e iniziarono una lunga passeggiata nella campagna circostante. Fedele non dovette sforzarsi particolarmente per dare il meglio di sè. Complice il vino e la freschezza di Valentina, si sentiva spontaneo e leggero. La conversazione fluì con naturalezza. Non c’erano parti da recitare o risultati da ottenere. Era semplicemente bello stare insieme, e gustare con tutti i sensi quell’equilibrio miracoloso.
Poi, verso le sei del pomeriggio, Valentina propose a Fedele di visitare la sua casa. Salirono sulla moto, e questa volta Fedele non si fece pregare. Con una disinvoltura che aveva in sé qualcosa di enologico, avvolse la figura minuta di Valentina in un abbraccio stretto, gustando fino in fondo il contatto fra il suo torace e la schiena di lei. A ogni curva percepiva con forza la sua vicinanza, la sua presenza sulle braccia, nello stomaco, nell’interno delle cosce. Era eccitato, e dovette faticare non poco per evitare contatti ulteriori, che lo avrebbero messo in profondo imbarazzo.
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