Codesto Istituto che mi pregio di dirigere è immensamente grato a tutti Voi della fervida e feconda attività prestata nella passata sessione di studi tenutasi durante il Concilio in Sede Hdemica. Il materiale da Tutti prodotto – permettetemi una veloce digressione riassuntiva – ha impegnato il Senatus in una lunga e a volte contrapposta discussione: notevoli di interesse gli spunti sagaci prodotti dal semper munificus Libero Ricercatope, il quale come costumanza si è distinto per la cristallina arguzia. Ma non me ne vorrete, augusti Colleghi, se oggi spendo un encomio per l'opera invero mirabile prodotta dal giovin virgulto che tanto virtuosamente cresce in seno al conSesso Nostro. Non è mistero che queste sono ore tristi per il Senatus Hdemico, la violenta e ingiustificata presa di posizione di uno dei Patres ha prodotto un'insana lacerazione che forse – in Vulva Veritas – forse soltanto il tempo e il Nobile Tubero potranno risanare. Ma l'amorevole e ammirevole impegno del Nostro amato Discipulo, orfano del proprio tutor di riferimento, ha colmato i nostri cuori, facendoci sperare e credere che il Verbo Hdemico, anche in questo momento di tempesta, non si perderà mai.
Vi lascio alla consumata maniera del cerimoniale Hdemico, non prima di aver reso edotte le SS.VV. del fatto che al ConSesso di domani Noi non saremo purtroppo presenti: difatti saremo al di fuori del Sacro Confino Regiense impegnati a trascorrere un intero weekend al mare con la morosa, sed pronti di spirito a dissetarci leggendo delle mirabolanti gesta che – ne siamo certi – Voi saprete perpetrare alla prossima occasione.
in Vulva Veritas Fedele Dr. Della Passera - figosofo
Giovedì 8 giugno 2000
Sulla parete di fronte a Pamela campeggiava in formato gigante la sigla “ACR”. Azione Cattolica Ragazzi. Tre lettere colorate disegnate in tre dimensioni, al centro di un oceanico foglio di cartone bianco. Intorno, decine e decine di piccole mani sporche di vernice avevano lasciato la loro impronta. Sotto ciascuna di esse, scritti con l’incerta grafia dell’infanzia, i nomi dei bambini. Marco, Veronica, Maicol, Melanie… Bel nome, Melanie. Come Melanie B, delle Spice. Se avesse avuto una bambina forse l’avrebbe chiamata Melanie. A patto che non gli diventasse come quei mocciosi dell’ACR, insopportabili con le loro canzoncine e i loro cartelloni colorati. Come quelli che aveva tutto intorno a sé. Il ragazzo sorridente con la scritta “Il mio amico Gesù”. L’aquilotto con la chitarra “Canta insieme a noi”. I bambini stilizzati a comporre la scritta A-M-I-C-I-Z-I-A. Il manifesto dei “Campi Scuola 2000”. Pamela li detestava, letteralmete. Sua madre insisteva tanto perché frequentasse la parrocchia, ma dall’anno prossimo non aveva nessuna intenzione di tornarci. Anche Francesca la pensava come lei, era ora di liberarsi da quella palla micidiale. Delle sue compagne di scuola ormai non ci andava quasi più nessuna, e anche quelle poche lo facevano solo per far stare buoni i genitori, o perché andavano dietro a qualche educatore. Era assurdo continuare a farsi trattare come una bambina, stare a sentire gente vecchia già a vent’anni, capace solo di ripeterle che doveva dire le preghiere e non fare sesso con i ragazzi. E poi, adesso che aveva Pier, un ragazzo di ventiquattro anni con la macchina e un sacco di cose da fare… Ma dove era andata a cacciarsi Francesca? Oggi non era passata a prenderla, le aveva mandato uno strano messaggino, in cui diceva solo che si sarebbero viste a catechismo. Con Francesca non esistevano segreti, se avesse avuto qualche problema lo avrebbe senz’altro saputo. Però nelle ultime settimane, da quando aveva conosciuto Pier, le era sembrata un po’ strana. Chissà, forse era invidiosa. O forse non poteva capirla, lei che andava ancora dietro a quel cretino della terza B. Un bamboccio, gliel’aveva detto tante volte. Ma fino a quando non conosci un uomo per davvero non te ne puoi rendere conto, riflettè Pamela sorridendo fra sè, mentre le si materializzava davanti il viso di Pier con la sua barba di tre giorni, così sexy.
Intanto la sala dell’oratorio in cui si tenevano questi ultimi incontri prima delle vacanza estive aveva iniziato a riempirsi di sedicenni in maniche corte. Sara era arrivata da pochi minuti e scherzava con alcuni ragazzi, già seduta nel cerchio di sedie. Pamela di solito si andava a mettere proprio all’estremità opposta, non proprio di fronte per evitare di incrociare troppo spesso il suo sguardo, ma sempre abbastanza lontana. La sua presenza le dava sui nervi. Forse perché era bella, per il modo incantato in cui la guardavano quegli sfigati dei maschi suoi coetanei. Ma c’era qualcosa di più, non era solo invidia, anzi non era sicuramente questo. Perché Pamela sapeva di non avere nulla da invidiarle. A partire proprio dal moroso. Lei aveva Pier. Bello, fighissimo, simpatico e sempre vestito da dio. Lei invece stava con quello straccione, un vero sfigato, come il resto di quella compagnia. Aveva chiesto a Pier come facesse a girare con gente simile, ma lui era stato evasivo. Tra le righe aveva capito che era successo qualcosa, dopo la serata in cui erano usciti insieme. Doveva aver litigato, o qualcosa del genere. In particolare con quel Fedele – che nome ridicolo. Dalle parole di Pier si era capito che erano stati piuttosto amici, vai a capire come e soprattutto perché. Ma adesso c’era soltanto lei, come era giusto che fosse.
Con un piccolo sforzo Pamela riprese il filo dei suoi pensieri, guardando il caschetto nerissimo e lucente di Sara scuotersi al ritmo della sua risata cristallina. Anche oggi, con il caldo che faceva, portava jeans lunghi leggermente sbiaditi e un’impeccabile camicetta azzurra ben abbottonata, che metteva in risalto il seno senza la minima volgarità. Era l’immagine ideale della ragazza da oratorio. Solare, sorridente, con una risposta sempre pronta per tutte le domande. Una così sembrava completamente inattaccabile, del tutto priva di punti deboli. Ecco, forse era questo che le dava così fastidio. Questo suo essere sempre così perfettina, allegra e determinata. Sempre pronta a correggerti con un sorriso falso. Piuttosto che fidarsi di una così Pamela avrebbe preferito morire. Bigotta di merda.
Innervosita, si alzò con il cellulare in mano, decisa a scoprire dove fosse andata a cacciarsi Francesca. Varcò la soglia della grande sala dell’oratorio e scese le scale. Il catechismo stava ormai per iniziare, probabilmente sarebbe rientrata in ritardo, ma non gliene importava gran che. Anzi, era quasi meglio, tanto per far capire a quella che non temeva di certo i suoi rimproveri. Passò qualche minuto in cortile nel tentativo di chiamare Francesca, ma il telefono risultava sempre non raggiungibile. Se avesse scoperto che era in giro con il tizio di terza B ci sarebbe rimasta male. Non per la cosa in sé, a lei avrebbe fatto piacere se anche Francesca si fosse trovata un ragazzo, anche se avrebbe preferito fosse qualcuno di più maturo. Magari non al livello di Pier, ma qualcuno con cui poter uscire in quattro. Ci sarebbe rimasta male se l’avesse fatto senza dirle niente, senza permetterle neanche di coprirla con i suoi genitori, se per caso ce ne fosse stato bisogno. Lei di Pier le aveva detto tutto, fin dall’inizio. Le aveva raccontato di come l’aveva conquistato, di quando avevano fatto l’amore per la prima volta, di quanto era stato dolce. Le aveva anche detto di come lui aveva lasciato Maria, la sua ex, della gita al mare, della sua macchina fantastica e del modo incredibile in cui la guardava. Francesca era stata subito entusiasta, una vera amica. Come se anche lei avesse vissuto tutto questo, la sua gioia e quella di Pamela erano una cosa sola. Questo all’inizio. Ma nell’ultima settimana… Pamela compose rapida un messaggio “Dve 6? Xke nn 6 a catec? Nn sarai con quello? T asp qui alle 4”.
Infilò il cellulare in tasca e risalì le scale, verso la sala dell’oratorio.
Nel corridoio sul quale si aprivano le porte delle varie stanze non c’era più nessuno. Come previsto, avevano già iniziato. Pamela sostò ancora qualche secondo, lottando contro la tentazione fortissima di girare i tacchi, salire sul suo scooter e tornarsene nella sua camera. In quel preciso istante la porta si aprì e ne uscì Sara, con il cellulare all’orecchio e un sorriso strano sul volto. Si guardava intorno in un modo che a Pamela parve molto inquieto. Anzi, sospettoso. Il tipico sguardo di chi non vuole farsi sorprendere. Quando Sara la vide stirò ulteriormente il sorriso e si girò velocemente, in modo da nasconderle il volto. Non bastò tuttavia a impedire a Pamela di notare il rossore che ne aveva istantaneamente inondato la pelle chiara. Sara infilò la porta della stanza del pirografo, accanto a quella in cui si svolgeva l’incontro di catechismo. Stavolta Pamela non potè resistere alla tentazione. Attese un paio di secondi poi si avvicinò alla porta. Come tutte le porte di tutti gli oratori del mondo, era molto sottile.
«…no, tranquillo, avevamo appena cominciato. E poi se anche l’incontro dura dieci minuti in meno non piango. ‘Sti sedicenni… sono teneri quando vogliono, però… che età ignorante!»
Pamela lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Tutti quei sorrisi, quel fare da amicona complice. Ecco quello che pensava davvero di loro. Falsa, come tutti i bigotti. Represse l’istinto di mandarla affanculo e andarsene. Voleva capire chi c’era dall’altra parte. Forse quel coglione dell’amico di Pier.
«Senti, volevo chiederti una cosa…» la voce si era abbassata ancora. Era quasi un sussurro, Pamela faticava a distinguere le parole.
«…Tu… era… sa fai?»
Pausa. Risata cretina, imbarazzata. Voce che si alza un po’, fintamente arrabbiata.
«Dài, scemo! Dico davvero, cosa fai domani sera?... no, tu prima dimmi se hai altri impegni… ok. Perché… beh, domani Robby non c’è. Sì, lo so che di venerdì non c’è mai, ma domani sta proprio via a dormire. Parte per Ancona, va al concerto di Vasco con il suo amico Pier…»
Pamela trattenne il respiro, gli occhi sbarrati. Cosa? Chi? Pier? Domani? Impossibile, domani doveva portarla al cinema, poi a ballare, poi… Quel bastardo, vuoi vedere che aveva organizzato senza dirle niente? Magari aveva fatto la pace con quel Fedele… cioè Robby, la stronza l’aveva chiamato Robby… Pamela fece un profondo respiro. Doveva restare calma, ascoltare bene e non farsi beccare.
«…hè non vieni cena da me? Non sono una gran cuoca, però… che ne dici?»
Hai capito la catechista? Tante belle parole… la castità, la fiducia, il progetto di vita, e poi… Bè, a pensarci bene era inevitabile che uno sfigato come quello alla fine si ritrovasse con un bel paio di corna. Chissà chi era l’altro, magari un bigotto come lei…
A tutti questi pensieri Pamela non dedicò più di un microsecondo. In realtà non gliene importava proprio niente di Sara, nè della sua ipocrisia, né di quello che faceva. Però questa storia del concerto andava chiarita, e subito.
Ritornò veloce sui propri passi, uscì fuori e chiamò Pier.
«Ciao Pam!»
«Dov’è che vai tu domani?»
«Cosa?»
«Non fare finta di non aver capito. Avevi promesso di portarmi al cinema, ti ricordi? E invece scopro che te ne vai a sentire Vasco con quello sfigato del tuo amico. Sei uno stronzo.»
«Cosa? Dove? Aspetta, aspetta, Pam… non ci capisco niente. Cos’è che hai detto, che vado a sentire Vasco?»
«Sì, con quel Fedele, ho sentito la sua morosa che lo diceva al telefono.»
A Teenva servirono almeno cinque minuti di accurate spiegazioni per tranquillizzare Pamela, che alla fine rientrò nel gruppo di catechismo con un buon quarto d’ora di ritardo. Mentre osservava Sara leggere un passo dell’ultima enciclica del papa e iniziare la discussione con quel suo sorriso di plastica, Pamela annuiva soddisfatta. Le avrebbe fatto alcune interessanti domande sulla fedeltà, era curiosa di ascoltare come avrebbe risposto.
Teenva aveva chiuso la comunicazione con Pamela già da venti minuti, ma ancora non riusciva a smettere di pensare a quello che gli aveva detto. Tra accuse, risposte e rassicurazioni, era riuscito a ricostruire quanto era accaduto, o almeno così gli era sembrato. La prima notizia importante era che Sara, la morosa di Fedele, era anche la catechista di Pamela. La seconda, che aveva accolto con una certa soddisfazione, era che Fedele sarà stato anche fedele, ma la sua morosa non lo era altrettanto. Il giusto premio per la sua codardaggine. In fondo Teenva lo aveva sempre sospettato: il suo stesso soprannome, e il modo in cui andava a cercarsi, deliberatamente, mille occasioni per tradire la fidanzata, uscendone sempre per un pelo. Lui non era fedele a Sara. Lui era fedele solo a se stesso, all’immagine ineccepibile di sé che si era creato. Dal suo punto di vista l’infedeltà era un fallimento, una debolezza. Sara non c’entrava niente. Era fedele per orgoglio, non per amore. Una donna queste cose le sente, e questo era il risultato. Giusto, più che giusto. Una grande lezione, per quel professorino di merda.
C’era però un terzo elemento, che Teenva aveva impiegato qualche minuto per ricostruire. La storia del concerto. Se non aveva capito male, Fedele aveva detto a Sara che l’indomani sarebbe andato al concerto di Vasco, ad Ancona. Con lui. Una balla clamorosa. Perché? La mail che aveva mandato quella mattina, a rileggerla adesso, era molto interessante. Alla morosa aveva detto di essere al concerto di Vasco con Teenva. All’Hdemia aveva detto di essere al mare con la morosa, anche questa una grossa balla. Una sorta di doppia copertura, contando sul fatto che Sara e gli amici non si conoscevano, quindi non avrebbero potuto in alcun modo sputtanarlo parlandosi. Ma aveva fatto i conti senza Pamela…
Evidentemente anche Fedele nascondeva qualcosa, e quel qualcosa sarebbe accaduto l’indomani. L’indomani notte, probabilmente, perché tutta quella messinscena aveva una particolarità: copriva due intere giornate, dal venerdì mattina al sabato sera. Perché Fedele avrebbe dovuto passare la notte fuori, e di nascosto? Cosa poteva esserci di così segreto da non volerne parlare né alla fidanzata né agli amici più cari? Che cosa poteva andare contro sia all’Hdemia che a Sara?
La consapevolezza dell’unica risposta possibile si fece strada gradualmente nella coscienza di Teenva. Si sorprese a fissare un punto all’orizzonte di fronte a sé, oltre la parete, con la bocca aperta e un ghigno a metà fra l’incredulo e il diabolico. Gli era venuta un’idea. Se conosceva bene Fedele e il suo modo malato di ragionare, questa era un’occasione irripetibile. Gli avrebbe ricacciato in gola tutte le sue prediche del cazzo. E poi sarebbe stato a guardarlo soffrire.
Gli serviva solo un piccolo aiuto. Prese il cellulare e compose un SMS.
“Pam, ho bisogno che tu faccia una cosa per me. Poi ti spiego, giuro. Ma devi farla subito. Portami il telefonino di Sara”
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