Mi fidavo di te

Per acquistare il libro in formato cartaceo, fai clic qui:

Support independent publishing: Buy this book on Lulu.
Picture

CAP. 5 - Dove l'amicizia trionfa
Parte 2


Fedele rilesse tutto più volte. Era turbato. Forse avevano ragione, forse aveva esagerato. Ma anche Teenva era andato troppo in là. Le parole del Lupo più delle altre, lo avevano inquietato. Il Lupo aveva parlato con il cuore, per lui era davvero importante l’Hdemia e tutto il resto. Spense il computer, prese le chiavi e uscì di casa. Sarebbe andato da Teenva e avrebbero parlato. Si sarebbero chiariti. Non voleva perdere Pier, non voleva perdere la diversità di quell’amicizia, tenuta insieme quasi magicamente da fili che non erano i soliti ideali, passioni e interessi condivisi. Non potevano essere più diversi, loro due.

Guidò nervoso e parcheggiò alcuni metri distante da Villa Zoboli, nei parcheggi che contornavano i viali della circonvallazione. Proseguì a piedi e davanti al cancello stette per qualche istante fermo a guardare l’imponente edificio immerso nel verde. Poi suonò.
« Chi è?»

La voce della madre di Teenva gracchiò ostile dal citofono. Ostile. Questo lo dici tu, Fedele. Non farti suggestionare.

« Sono Robby, signora. C’è Pier?»

« Ti apro».

Fedele percorse a passo svelto il vialetto di ghiaia che attraversava il grande parco. La signora Zoboli lo attendeva dietro il grande portone, con un sorriso che gli parve triste.

« Ciao Roberto, come stai?»

« Bene, grazie » rispose Fedele forse troppo sbrigativamente. Gettò solo uno sguardo sul vasto salone. I quadri austeri, i tendaggi damascati, i preziosi tappeti su cui tante volte aveva giocato da bambino. Era quasi una seconda casa, per lui. Mai come oggi gli era sembrata tanto lontana e fredda.

« Pier? È di sopra?»

« Sì ma… ha detto che non vuole vederti. Cosa è successo, Roberto. Avete litigato?»

« No, no, è solo che…». Si interruppe, abbassò il capo. «Beh, sì. Sì, abbiamo litigato».

« Non mi stupisce, sai. Pier da qualche tempo è così… così… non so. Ma non è cattivo, lo sai. Siete sempre andati d’accordo, voi due. Dài, sali, e fate la pace».

 

«Che cosa vuoi?»

Teenva era sdraiato sul letto, leggeva un numero di Quattroruote. Non lo guardava nemmeno.

Era pronto alla battaglia.

«Senti Pier, hai visto che casino che è scoppiato? Per cosa poi?»

Teenva non rispose. Continuava a non guardarlo.

« Dài Pier stavamo scherzando. Comunque anche tu un po’ te la sei cercata. Cos’è sta novità? Da quando si portano le fighe in Hdemia?»

« Oh, attento a come parli. “Le fighe” saranno quelle che ti fai tu. Lei ha un  nome. Si chiama Pamela».

Fedele vacillò. Arretrò di un passo, sorpreso. Non pensava fossimo già a questo punto. Lo smarrimento servì a fargli smorzare il tono. Abbassò la voce, addolcendo il tono e lo sguardo.

« Pier… l’hai conosciuta una settimana fa».

« E allora?»

« Non è che ti stai facendo prendere troppo? Non sai niente di lei».

« So che sono innamorato, ecco cosa so. So che è fantastica, e che voi l’avete trattata come una merda. Ecco quello che so».

Le parole erano dure, ma adesso alla rabbia si era sovrapposto un velo di tristezza.

«Ma perché non vuoi ragionare?!»

Fedele iniziava a scaldarsi. Era venuto con l’idea di buttare acqua sul fuoco, convinto di riuscire a far ragionare l’amico, ma non si aspettava tanta aggressività. La sua risposta era stata più rigida di quanto non volesse.

«Io ragiono benissimo! Ti sto solo dicendo che non puoi essere tu a dirmi ciò che posso o non posso fare».

Fedele aveva ancora la lucidità necessaria a capire che in questo modo non sarebbero andati da nessuna parte. Tentò di cambiare strategia, di mettere un punto fermo.

« Ochei ochei, scusa! Ti chiedo scusa per l’altra sera, e anche per la mail. Contento? Ti ho chiesto scusa. Però cazzo, adesso torna in te! È una bambina! Non puoi mandare tutto a puttane per una ragazzina! E non parlo solo dell’Hdemia, quella è il meno…»

« Di che cazzo parli?»

« Parlo di Maria! A lei non pensi? È la tua ragazza, Pier, vive per te. State insieme da tre anni, se fosse per lei ti sposerebbe domani!»

« Allora trova qualcosa di più convincente, Fedele. Maria non esiste più».

« Cosa vuol dire?»

«Vuol dire che l’ho scaricata. Finito. Mi aveva rotto i maroni. Adesso ho Pamela».

Fedele sbattè più volte le palpebre. Era sconvolto. Ma chi era questo che aveva davanti? Che razza di mostro era uno capace di ragionare così?

« Pier. Cosa stai dicendo, Pier? Cazzo, ma ti senti? Ma che discorsi fai? Come puoi calpestare così una persona? Ma ti rendi conto?»

« Mi rendo conto che comincio a rompermi i coglioni delle tue tirate. Scendi fra noi, signor perfettino. Chi ti credi di essere per giudicare tutti, Dio? Chi sei tu per giudicare me?

« Pier, a me non me ne frega niente se stai con Maria, con Pamela o chi diavolo vuoi, ma devi anche incominciare a capire che non puoi fare sempre come ti pare e usare tutti e tutto come se esistessi solo tu!»

«Da che pulpito! Guarda che quello sei tu! Sei tu l’ipocrita che non ha le palle di fare quello che vuole veramente! Sei tu quello che usa gli altri, che pensa solo a se stesso! »

Teenva adesso stava urlando, aveva il viso rosso d’ira, e si era avvicinato a meno di un metro da Fedele. Lui, invece, era diventato una statua di ghiaccio. All’improvviso scese un silenzio di cemento, rotto solo dall’ansimare di Teenva. L’ultimo a parlare fu Fedele.

«No, Pier, ti sbagli. Io posso avere tanti difetti, ma almeno il rispetto per le persone a cui voglio bene ce l’ho. Io ero venuto qui da amico, ma vedo che della nostra amicizia non te ne frega un cazzo. Come vuoi, finiamola qui».

Girò le spalle a Teenva e infilò le scale. Prima di uscire, incrociò la Signora Zoboli.

« Allora Roberto, com’è andata? Avete fatto la pace?»

 

Mercoledì 31 maggio 2008

La stanza di Pamela era molto ampia, come tutto l’attico dove viveva, figlia dell’alta borghesia della città. Nello stereo il cd con la compilation griffata “Veline” stava facendo compagnia alla ragazza, intenta a prepararsi per l’appuntamento settimanale con il catechismo. Una fissa di sua madre, una grande rottura di scatole per lei. Non capiva perché dovesse perdere del tempo in maniera così inutile, ma almeno di buono c’era che ci andava sempre con Francesca, la sua amica del cuore, con la quale confidarsi, piangere, ridere, bere e fare tutto quello che era proibito.

Francesca la conosceva da una vita, dal primo giorno del Liceo e subito si erano piaciute ed erano diventate amiche inseparabili. Che belli i pomeriggi d’inverno a ballare all’Adrenaline, tre ore di sola musica e ragazzi da guardare, stuzzicare e poi rituffarsi in pista fino a che il papà non arrivava a riportarle a casa.

«Pam, sbrigati: la Francy è già qui!»

«Sì mamma. Dille che sto arrivando»

Pamela uscì dalla cabina-armadio e dopo essersi infilata un paio di scarpe da passeggio della Nike, si fermò davanti allo specchio. Si guardò: jeans chiari, maglietta polo leggermente larga rosa pastello e in cintura un pullover verde smeraldo. Poteva andare, decisamente.

«Mi raccomando ragazze: fate le brave!»

«Non si preoccupi signora, arrivederci».

In un attimo le due ragazze furono in sella ai loro scooter, direzione Parrocchia di San Pellegrino, per il settimanale appuntamento con il catechismo. Poco prima di arrivare si fermarono, come d’abitudine, al bar lì vicino per bere una Coca solo loro due, senza nessuno che potesse ascoltarle

«Allora Pam, dai dimmi le news con Pier».

«Che vuoi che ti dica, ci sto da dio…mi fa sentire così importante…».

«…eppoi è così fico!»

Risero entrambe attirando l’attenzione di altri avventori.

«Oh Fra, mi raccomando: io sabato sera dormo da te, ok?» chiese sottovoce Pamela prendendo le mani dell’amica

«Tranqui. È confermato che i miei saranno al mare e avrò la casa solo per me. Quindi zero controlli. Ma voi dove vi vedrete?»

«Mi ha detto che mi porta al mare».

«Uao!»

«Sì, uao. È tutto così… elettrizzante. Sono innamorata, Fra».

«Si vede Pam, si vede».

Continuarono a chiacchierare ancora un po’, finchè le Coca-Cola non furono finite. Uscite si diressero rapidamente nel cortile della canonica, dove erano già arrivati tutti gli altri.

«Voi due arrivate sempre all’ultimo eh?». Era la voce della catechista.

«Ciao Sara, lo sai che siamo perse e innamorate» rispose Francesca sorridendo.

«Dai, dai innamorate che vi rimetto in riga io» scherzò Sara «Non mi dite che anche tu hai il ragazzo?» rivolta a Pamela.

«Certo che ce l’ha» intervenne Francesca.

«Ma nooo, è solo un amico, dai Fra» cercò di sminuire Pamela, ma Francesca proprio non ci pensava, e continuò come se niente fosse «Ed è anche mooolto carino…»

«Ah, e brava Pam. È della tua scuola?» chiese Sara.

«Ma no, non è il mio fidanzato. È un amico. Tu invece, non ci hai ai detto se ce l’hai un ragazzo» Pamela tentava di togliere l’attenzione da sé: non le piaceva Sara e non voleva che lei sapesse di Pier e dei suoi segreti. Della sua storia con Pier soltanto Francesca era a conoscenza, voleva viverla ancora così, come una cosa proibita, le sembrava davvero di essere in una favola, con un principe azzurro meraviglioso che cadeva ai suoi piedi, trattandola come una regina.

«Io? Ma, forse…»

«Uhmm, secondo me ce l’hai e non ce lo vuoi dire» disse Francesca

«Ma sì, c’è c’è»

«E com’è, com’è?» chiese avidamente Francesca.

«E’ molto intelligente, dolce e anche carino. Molto carino»

«Mhhh, carino?»

«Certo pettegolina, cosa credi?»

«Ce l’hai una foto?»

«Dai, che dobbiamo andare dentro». Sara tentava di chiudere la questione, ma Francesca non mollava la presa e, complice anche l’insistenza di Pamela e di altre ragazzine che nel frattempo le avevano raggiunte, fu costretta a mostrare una piccola foto che la ritraeva in compagnia di un ragazzo, alto e atletico.

«Questo è il tuo fidanzato? Carinissimo!»

Pamela lanciò solo un’occhiata distratta, ma quando mise bene a fuoco sgranò gli occhi. Era quell’amico coglione di Pier! Come si aveva detto di chiamarsi… Felice, no, Fedele… bho, sì, forse Fedele. Bè, poca importanza: era un coglione e stava giustamente con una stronza. Una coppia perfetta.

 

Giovedì 1 giugno 2000

Il Lupo stava cominciando a domandarsi se avesse fatto bene a chiedere il cambio di turno in fabbrica per quella settimana. Lo aveva fatto in modo tale da avere tutte le sere libere da dedicare a quello che ormai era diventato per lui un vero e proprio enigma. Anche quella sera la stava trascorrendo alla solita maniera: il tempo di una birra al bar e poi via veloce a seguire un fantasma, un fantasma dalla criniera lucente avvolto in vestiti sempre più succinti e provocanti.

 

Milva camminava con passo nervoso, ma quella sera era subentrato un sentimento nuovo, un sempre più marcato senso di impotenza, di rassegnazione. Come se, per quanti sforzi avesse fatto e stesse ancora facendo, non ci fosse modo di liberarsi da quel passato troppo ingombrante, che da chissà dove era rispuntato fuori in tutta la sua malvagità. Lei da subito aveva reagito alla sua maniera, come una belva. Ne aveva parlato con Barbara ed era stato il momento più difficile. Spiegarle tutto d'un fiato la sua vita precedente, dirle chi era stata Milva prima di aprire il bar. Barbara aveva capito e aveva continuato a starle vicina, offrendole il proprio aiuto. Ma il problema restava. Un primo avvertimento, l'insegna “Bar Milva” presa a sassate. Barbara aveva chiesto ad amici e parenti una mano, ma la somma che Milva doveva pagare era ancora troppo alta. Il secondo avvertimento pochi giorni dopo, una vetrata in frantumi e la decisione di andare in banca a chiedere un secondo prestito. Non aveva più tempo, la scadenza del pagamento era sempre più vicina, doveva trovare quei soldi in fretta, senza pensare troppo al “come”. Le persone con le quali aveva a che fare non erano dei pivellini, sapeva bene quello che le avrebbero fatto se non avesse saldato tutto il suo debito, ma ancor più era preoccupata per quello che avrebbero potuto fare a Barbara: non voleva coinvolgerla più del necessario.

 

Via Emilia S.Pietro, angolo con viale Monte Grappa, stesso portone, stessa ora. Il Lupo ormai conosceva a memoria quello che Milva avrebbe fatto non appena svoltato l'angolo: avrebbe aperto la borsetta, estratto un piccolo mazzo di chiavi – due in tutto – si sarebbe guardata in giro nervosa e poi sarebbe entrata dentro, scomparendo per ore. Lui sapeva che quella non era casa di Milva, lei abitava fuori città. Eppoi non c'era nessuna logica nel comportamento della donna: perchè avrebbe dovuto lasciare il bar tutte le sere a Barbara?

Rallentò il passo. Si era accorto di essersi distratto con tutti quei pensieri che gli affollavano la mente e stava correndo il rischio di farsi scoprire. Si fermò davanti alla vetrina del negozio di articoli sportivi fingendo di essere interessato ad un paio di scarpe della Nike, ma così facendo non si accorse di quello che – nello stesso momento – stava facendo Milva.

 

Finalmente poteva vederlo bene. La sera prima non c'era riuscita, ma non aveva avuto dubbi: quell'uomo era lì per lei, la stava seguendo. Adesso invece, adesso lo vedeva bene, alla luce della vetrina di quel negozio di articoli sportivi. Non era possibile. Lui era...no, come poteva essere stata tanto stupida da non capirlo! Eppure sì, non c'era altra spiegazione. Le aveva chiesto anche le chiavi del bar e lei – cretina – gliele aveva pure date! E difatti da quel momento erano iniziati gli avvertimenti. Altroché se quel bastardo non era una spia. Il Lupo una spia, o peggio un sicario. O comunque uno messo lì apposta per poter riferire tutte le sue mosse. E chissà da quanto tempo la stava seguendo. La faccenda era seria, molto seria. Ed era anche tardi, a quell'ora avrebbe già dovuto trovarsi dentro all'appartamento a ricevere i primi clienti. Ci mancava solo che la cercassero sul cellulare! Milva lo stava fissando da lontano, indecisa sul da farsi. Poi, senza neanche accorgersene, iniziò ad avviarsi verso il Lupo.

 

Lui guardò distratto l'orologio, era mezzanotte passata. Alzò veloce lo sguardo verso il portone e non vide più Milva: evidentemente era entrata senza che lui se ne fosse accorto. Ma quando ritornò con lo sguardo verso la vetrina, sobbalzò.

 

Lei aveva fatto pochi passi e adesso era alle spalle del Lupo. Indecisa. Immobile. Lui si sarebbe voltato e a quel punto cosa sarebbe accaduto?

«Milva!»

«Cosa vuoi da me?»

La donna aveva i pugni serrati, mentre il Lupo non si era ancora ripreso dallo spavento di essersela trovata alle spalle.

«Milva... ciao».

«Mi stai controllando, vero? Non ti basta avermi distrutto il locale?»

«No cosa dici... no, no, Milva io non…».

«E allora perchè mi segui tutte le sere?»

Al Lupo batteva forte il cuore e un lieve tremolio aveva iniziato a tormentargli le gambe, ma cercò con tutte le sue forze di concentrarsi e di capire.

«No, non ti sto seguendo è solo che…».

«Che vuoi sapere se sto lavorando bene?»

«Eh? No, davvero Milva non capisco. L'altra sera ti ho vista così... bè, così diversa, ecco e…».

«... e hai pensato di seguirmi?»

«Sì! Sì, sì, ecco tutto. Cioè no, pensavo che poteva esserti successo qualcosa che non andava e se avevi bisogno di aiuto...».

«Aiuto?» Milva era ancora sospettosa, ma il Lupo sembrava sincero, accidenti a lui.

«Ho detto aiuto? Bé non so eri così diversa e così incazzata, si capiva che c'era qualcosa che non andava».

Milva non disse nulla, limitandosi a fissarlo negli occhi. Il Lupo sudava abbondantemente, e deglutiva, cercando di bagnarsi la gola arida. La donna stava cercando di capire se poteva credergli oppure no; il Lupo sentiva il bisogno di essere da un'altra parte.

Se quel ragazzo non c'entrava niente con il suo casino – pensava Milva – allora tanto valeva finirla lì e non dire nient'altro che potesse comprometterla. Ma se invece le stava mentendo?

 

Si vedeva che era spaventata anche lei, quasi quanto lui, cazzo. Ma che diavolo stava capitando? Il Lupo non ci stava capendo niente. E adesso perchè lei stava sorridendo?

«Va bene Lupo. Ti credo». Fu un soffio. «Però adesso devo andare. Se davvero non c'entri un cazzo non chiedermi niente e vattene. E non seguirmi mai più!»

 

Non era riuscito neanche a salutarla, porca miseria. Era tanto spaventato che se ne era andato come un pivello. Vagava nella notte e mentre guidava non faceva altro che pensare a quanto era accaduto. Quasi non si accorse di essersi diretto verso il distributore dove ogni sera lavorava Sasha, la sua amica. Sì, forse Sasha era la persona migliore da incontrare, in quel momento. Aveva provato a parlarne con Fedele ma neanche lui ci aveva capito niente. Dio che casino. Da lontano riconobbe le forme perfette della ragazza e decise che sì, decisamente quella sera aveva bisogno di confidarsi con qualcuno. Azionò l'indicazione di direzione, decelerò leggermente ed entrò nell'area di servizio, dando un veloce colpo di lampeggianti in direzione di Sasha.

 

 

Venerdì 2 giugno 2008

 

Aveva ancora in bocca il sapore della stracciatella, frammenti di cioccolato fondente tra i denti, un senso di euforico benessere sotto la lingua. Camminavano lenti nella notte tiepida, senza altro da fare che godere della reciproca presenza. Il gusto del branco, quello che le mancava così tanto. Robby forse non avrebbe capito questo suo bisogno di sentirsi parte. Robby non avrebbe sentito quanto fosse accogliente il fruscio sincronizzato di tante paia di jeans, passeggiando dalla gelateria fino al cortile della parrocchia. Non stava in disparte, ma stava in silenzio. Ascoltava il cicaleccio delle chiacchiere, le battute e le risate, osservava i volti di questi giovani puliti, di queste ragazze fresche. Sospirò profondamente, sollevando il volto verso cielo scuro, gli occhi chiusi. Annusò il profumo dell’estate in arrivo e sorrise fra sé, stringendosi nelle spalle. Stava bene. Anche senza di lui.

« Com’è che si dice…? Un soldo per i tuoi pensieri».

Sara trasalì. Aveva una voce profonda e timida, folti capelli castani e uno sguardo triste. L’aveva notato fin dall’inizio, fin dai primi giorni. E lui aveva notato lei.

« Pensavo che la felicità è una cosa piccola. Che sta nelle cose piccole».

« Come un gelato fra amici e una passeggiata in città, ad esempio?»

Sarà spalancò i grandi occhi scuri, sorpresa.

« … come hai fatto? Max, sei un mago…»

Lui le rivolse un sorriso diretto e imbarazzato insieme.

« Forse sì. Forse c’è un po’ di magia quando riconosci in faccia a un altro i tuoi stessi pensieri. Si vedeva che stavi ascoltando questa… questa armonia».

Sara sentì una contrazione leggera attraversarle lo stomaco. Era esattamente quella la parola che stava cercando. Armonia.

« E’ incredibile… sì, stavo pensando proprio a questo. L’armonia, e la semplicità. Voglio dire, non stiamo facendo niente di niente, tanti troverebbero questa serata noiosssima. Invece… sto proprio bene».

« Sì, anche io ci penso spesso. Penso che tante volte non siamo capaci di ascoltarla, l’armonia. Ci facciamo riempire le orecchie dai nostri casini, da tutte le cose che non vanno. Ma la bellezza non grida, se non fai un po’ di silenzio è difficile ascoltarla».

Sara contrasse le labbra in un’espressione pensierosa. Aveva ragione. Che sensibilità, questo ragazzo. Non poteva definirsi brutto, ma era troppo basso e magro per i suoi gusti, con quel grande naso aquilino. Eppure, quando parlava diventava improvvisamente bello. Bello… no, dai. Facciamo affascinante. Facciamo attraente. Facciamo che la pianti subito di zoccoleggiare, ok?

« Una volta ho letto una frase da qualche parte – continuò lui – forse la conosci. “Prima di amare, impara a camminare sulla neve senza lasciare traccia”. Credo che c’entri qualcosa con questo discorso. La delicatezza, l’armonia. Forse, non so… forse non può esserci amore se non sai ascoltarle».

Sara si sentì avvampare, suo malgrado. La conversazione stava prendendo una brutta piega. Max ci stava provando, evidentemente. Il problema era che le stava facendo molto piacere. Non era la prima volta, già da alcune settimane aveva iniziato un pressing blando, graduale, di fronte al quale Sara era arretrata con poca convinzione. Più volte aveva incrociato i suoi occhi fra le risate in cerchio nel cortile della parrocchia, nella fila alla biglietteria del cinema, nel tintinnare delle posate in pizzeria.  Più volte si era sorpresa a cercarlo fra gli altri, a respirare meglio vedendolo scendere dall’auto e avviarsi verso di loro con quel suo passo leggero. L’aveva anche accompagnata a casa, qualche sera prima. Erano rimasti a parlare per più di due ore, come due amici. Due semplici amici. Lui non aveva fatto il minimo tentativo, il minimo approccio. Ma i suoi occhi, mentre la guardava, dicevano tante cose che Sara preferiva fingere di non capire.

Erano arrivati nel cortile della parrocchia, intanto. Sara e Max erano rimasti un po’ indietro, e senza quasi rendersene conto si erano fermati accanto al vecchio platano, un po’ distanziati dagli altri, che erano andati a sistemarsi sui gradini davanti al grande portone, come sempre. Luca stava raccontando una barzelletta, tutti ascoltavano divertiti o  facevano le solite stupide battute. Francesca però se ne stava in disparte. Era una graziosa ragazza castana, con due luminosi occhi chiari e un bel carattere, sempre allegro. Stasera però non aveva fatto un solo sorriso, muovendosi solo perché trainata dal gruppo, come un peso morto. Simona, l’amica di sempre, non tardò a prenderla sottobraccio, guidandola pazientemente in mezzo agli altri.

Sarà approfittò della scena per deviare la conversazione.

« Max, tu lo sai cos’è che ha Francesca? Deve essere successo qualcosa, non sembra lei».

« Non lo sapevi? Fabio l’ha mollata».

« Cosa? Veramente? Ma… quando?»

Francesca e Fabio erano una delle coppie più longeve del grupo. Stavano insieme da anni, e tutti li consideravano praticamente sposati.

« Qualche giorno fa. Lei è uno straccio».

« …?»

« Ufficialmente, è stata una decisione consensuale… sai, non andiamo più d’accordo, non so più perchè stiamo insieme, ti voglio bene ma è meglio se restiamo amici… ».

« Mh. E ufficiosamente?»

« Ufficiosamente, beh… tienilo per te ma… il problema è molto più semplice».

« …?»

Max era in visibile difficoltà. Si schiarì la voce, distolse lo sguardo da Sara e lo fissò su Francesca.

« Francesca è una ragazza meravigliosa, ma è molto… ortodossa, ecco».

« Scusa Max, continuo a non capire».

Lui si agitò, con un sorriso nervoso.

« Dài Sara… Insomma, è un fatto di sesso. Quello che non hanno mai fatto, più per volontà di Francesca che di Fabio».

Sara inarcò le sopracciglia, stupita più dell’imbarazzo di Max che della notizia in sé, peraltro inattesa.

« Mi stai dicendo che Fabio l’ha lasciata perché lei non voleva fare sesso? Ma… stanno insieme da anni, se ne è accorto solo adesso?»

Max la guardò, a sua volta sorpreso da questa obiezione. Difficile capirsi davvero, anche quando ci si sente così affini.

« Beh Sara, devi capire che… insomma, sono cresciuti insieme. Stesso ambiente, stessi valori. Solo che Fabio ha… come dire… modificato alcune convinzioni, con il tempo. Lei invece è sempre stata molto rigida, molto ligia alle regole».

Sara era diventata improvvisamente molto seria. Max non riusciva a capire cosa stesse pensando, stavolta. Proprio per niente. In fondo sapeva pochissimo di questa splendida ragazza friulana. Anche se avevano parlato tanto, si muoveva ancora su un terreno minato.

Lei lo sorprese chiedendogli a bruciapelo:

« E tu, cosa ne pensi? Ha fatto bene, Fabio?»

Domanda chiusa, terrificante. Lanciare la monetina. Testa o croce. Rosso o nero. Vincere o perdere, in due sole lettere. Sì, o no? Max prese qualche secondo  per riflettere, percorrendo con l’indice la curva del naso.

« Non lo so, Sara. Non lo so. Dipende. Non credo che ci sia un solo modo giusto. Quello che conta è l’armonia, fra loro. Qui c’era un attrito, c’era un conflitto sul senso della sessualità. Non credo che il problema sia solo se fare o no l’amore. Da un certo punto di vista è quasi irrilevante, secondo me».

« Spiegati meglio…» lo sguardo di Sara celava una luce furbettta, maliziosa, che Max non aveva mai visto. Sentì un’eccitazione imprevista al basso ventre.

« Voglio dire che quello che conta secondo me è il modo in cui si vive l’unione sessuale, il significato che le si dà. Sara, rischierò di sembrarti eretico, ma io non sono così convinto di quello che ci dicono i vari don. Non sono convinto che fare l’amore sia peccato di per sé. Non credo che Dio soffra se un ragazzo e una ragazza si amano con il corpo, oltre che nell’anima, anche se non sono sposati. Credo che la cosa importante sia il modo in cui si amano, che cosa trovano e che cosa mettono nel sesso. In questo caso, credo che sì, che Fabio abbia fatto bene a lasciare Francesca, perché i casi sono due: o non hanno mai fatto l’amore e lui ne ha sofferto per anni, oppure l’hanno fatto sentendosi in colpa. Magari Francesca correva subito a confessarsi, magari ogni volta che la toccava lui sentiva che gli veniva concesso qualcosa. Magari lei lo faceva sentire volgare o fragile, magari lei si sentiva sporca e sbagliata. Ma quando due persone sentono nel sesso un dono totale e generoso, una bellezza senza paragoni… quando anche il piacere è un dono di Dio, che si accoglie insieme con gioia… beh Sara, credo che sia sbagliato non farlo».

Restarono in silenzio alcuni lunghissimi secondi, durante i quali Sara cercò invano di domare l’esplosione di pensieri e di emozioni che quelle parole avevano scatenato al centro del suo stomaco. Poi, dimentica degli amici, di Fedele, delle parole dei preti, delle sue paure, delle sue convinzioni, fece un passo avanti. E lo baciò.



...continua la prossima settimana...
Per leggere le parti precedenti, fai click su "Leggi il romanzo" nel menu in alto