Mi fidavo di te

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CAP. 4 - Dove si disserta di chiome e rasoi
Parte 2


Il venerdì sera Hdemico era sacro. Sara qualche volta ci provava, ma senza convinzione. Anche questa volta aveva buttato lì, con finta noncuranza.


« Robby, Venerdì con i ragazzi si pensava di andare a mangiare una pizza. Ti va?»

« I ragazzi? Vuoi dire i chiesaioli?»

« Dai, smettila! Lo sai che non sono dei bigotti. Non hai mai nemmeno voluto conoscerli, sono sicura che ti piacerebbero».

« Sì, certo, non c’è dubbio… però è venerdì, lo sai che…».

« Che al venerdì esci con i tuoi amici. Sì, sì, lo so. Lo so».

« Non fare quella faccia. Lo sai che…»

« Che per te è importante. Come no. Me l’avrai detto cento volte. Lo so. So tutto».

« Sara…».

Lei aveva addolcito l’espressione.

« Scusa. È che mi dispiace. Quando mi sono trasferita qui non conoscevo quasi nessuno. È dura stare lontano da casa, senza punti di riferimento. Sì, ci sei tu, ma per come sono fatta io ho bisogno di avere persone intorno. I ragazzi sono stati fantastici, mi hanno accolta subito. Vorrei tanto che anche tu facessi un po’ parte di questo. Ma non voglio obbligarti».

« Hai ragione… ». Un sospiro. «Ma non è il mio ambiente..». Altro sospriro. «Sono contento che tu abbia trovato un gruppo. Dico davvero. Forse mi serve solo un po’ di tempo».

L’abbraccio che ne era seguito aveva consolidato una distanza forse troppo difficile da colmare.

Fedele era davvero dispiaciuto di non riuscire a dara alla sua storia con Sara una quotidianità più intensa, che andasse al di là del loro semplice essere coppia. Era davvero dispiaciuto di non condividere amici, esperienze, ma soprattutto idee. Trovava che Sara fosse una ragazza straordinariamente viva e interessante, era affascinato dalla sua personalità non meno che dalla sua profonda umanità. Ma faceva anche molta fatica, con lei. Era un continuo stridere di ingranaggi, come a voler costruire un muro con pezzetti di Lego presi da scatole diverse, e trovarsi ogni volta a danneggiarli un po’, per riuscire ad incastrarli. Alla fine il muro stava in piedi, ed era anche bello. Ma che fatica, dentro, per tirarlo su.

Con questo stato d’animo, Fedele si allacciò gli ultimi bottoni della camicia blu e partì alla volta del Bar Milva.

Si trovavano sempre piuttosto presto, in quei venerdì interlocutori tra una goliardata e l’altra. La normalità aveva bisogno di ritmi diversi, e per loro andare da Milva era più normale che restare sul divano delle proprie case. A pensarci bene, molto più normale, molto più semplice. Senza genitori ingombranti con cui inventare brandelli di conversazione, senza faticose fidanzate, senza inutili programmi televisivi. Soltanto Milva, e i suoi sorrisi caldi e vissuti. Soltanto quei tavoli neri e la cortina di fumo, il profumo della birra e delle patatine fritte, gli sguardi complici e le battute facili, quelle universali, dei maschi rintanati a parlarsi addosso.

« Ciao Fedele, serata tranquilla oggi?»

« Ciao bellissima. Sì, serata in casa. Perché è questa la nostra vera casa, lo sai».

Milva gli regalò uno sguardo materno e molto sexy.

« Già, mi sa di sì. Vuoi che ti porti le pantofole?» aggiunse con un sorriso e una strizzata d’occhio.

« Mah… facciamo che per oggi può bastare una birra».

Per salutare Milva, Fedele si era appollaiato sullo sgabello di fronte al balcone. In fondo al locale, nel loro solito tavolo, erano già arrrivati il Lupo e il Libero Ricercatope. Questi, vedendolo, si era alzato, e ora si dirigeva verso il bancone. Il Lupo invece era rimasto al tavolo, rivolgendogli un cenno di saluto da lontano, senza l’ombra di un sorriso.

« Ciao Libero, siete qua da molto?»

« No, dieci minuti. Però sono stati dieci minuti lunghi. Il Lupo è strano. Parla poco, e soprattutto spara poche cazzate. Sai se ha qualcosa?»

Fedele riflettè un istante su cosa rispondere. Milva si era spostata all’altro angolo del bancone, e sembrava molto concentrata nella preparazione di un cocktail, ma era ancora a portata di orecchio.

« Mmh. Sì, ultimamente ha dei pensieri in testa. Si è fatto delle idee strane».

« Sarebbe a dire?»

« Vabè, lasciamo stare. Andiamo a tirarlo un po’ su, dài».

Il Libero ricercatope lo guardò con aria perplessa, poi inarcò verso il basso gli angoli della bocca, scrollò le spalle e lo seguì.

« Ciao Lupastro! Cosa fai, un solitario? Non ti bastano quelli che ti fai tutti i giorni in bagno?»

Il Lupo staccò per un attimo gli occhi dalle carte allineate sul tavolo.

« Ogni tanto ci vuole. Non posso sempre mangiare della topa, troppa carne fa male».

Era un buon segno. Battuta mediocre, ma indubbiamente lupesca. Il Libero Ricercatope lo provocò ancora, per saggiarne la reazione.

« Allora, hai meditato sulla serata di Venerdì? Cosa hai sbagliato, Lupo? Com’è che Teenva ha preso della passera, e te solo dei gran ceffoni?»

« Teenva è un finocchio. Sono buono anch’io con le bambine. Al Lupo piace la topa vera, se la caccia è facile non c’è gusto. Ma quelle lì erano delle fighe di legno. Un posto del cazzo il Los Angeles. Si sapeva».

« In effetti è stato Teenva a volerci andare » rincarò Fedele strizzando l’occhio al Libero Ricercatope. «Voleva giocare in casa».

« Però di patata ce n’era parecchia...».

Era stato il Discipulo a parlare, comparso improvvisamente alle spalle di Fedele.

« Oh, guarda chi c’è, il Discipulo! Strano che cerchi di difendere Teenva. Dài, prendi una sedia».

« Discipulo, sei venuto solo? Dov’è il tuo mentore?»

« Teenva arriva più tardi, ha detto».

« Avrà qualche bambina da stuprare, quel finocchio».

Il Lupo si stava riprendendo, decisamente. Fedele decise di pomparlo un altro po’, quando vide entrare un gruppo di ragazze, capeggiate da una bionda appariscente e truccatissima.

« Oh, Lupo, guarda là. Quella sì che è una figa».

Il Lupo si girò platealmente e sottopose la bionda a una scansione accurata, poi sentenziò.

« Io quella lì la schianto. Tenetemi se no la schianto. Deve avere una patata così, bella pelosa. Un cespuglio biondo, porca troia. Prima la pettino, poi la sfondo!»

Erano abituati alle uscite del Lupo, ma non potevano fare a meno di piegarsi dalle risate, ogni volta. Asciugandosi le lacrime, il Libero Ricercatope si concesse un’osservazione.

« Nobile Lupo, le tue analisi sono sempre meravigliose. Però consentimi di dissentire. A mio modesto avviso, quella lì la patata ce l’ha perfettamente depilata. Non un pelo fuori posto».

« Ma che cazzo dici? Non la vedi? Quella lì è una porca di prima riga. Quando sono così porche c’hanno il cespuglio, sempre! Più sono porche più sono pelose».

« No, Lupo, ti sbagli. Più sono porche più se la curano. Credi a me».

« Ma che cazzo vuoi sapere tu, che non sei neanche un Dottore. Fedele, tu che ne dici?»

« Mah… la questione è difficile. Voi dite che c’è relazione tra la porcaggine e il pelo? Può essere, ma…».

La frase morì in bocca a Fedele, che occupava il posto rivolto verso l’ingresso. L’improvviso mutismo attirò l’attenzione degli altri tre, che si voltarono all’unisono.

Sulla porta era apparso Teenva tirato a lucido, in jeans Armani scuri, camicia Ralph Loren bianca sulla pelle lievemente abbronzata e muscoli tonificati da una seduta in palestra seguita da bagno turco. Ma non era solo: abbracciata a lui c’era Pamela, con una minigonna leggera bianca e una maglietta aderente senza maniche verde che lasciava scoperto un piccolo cuore tatuato vicino all’ombelico.

I due si fermarono un attimo al bancone a salutare Milva che stava shakerando, seguendo un grunge un po’ datato che usciva dallo stereo.

«Ciao Milva, come stai?»

«Ciao Teenva».

«Posso presentarti Pamela? Lei è Milva, la numero uno» disse rivolto alla giovane lolita.

Milva fece un cenno, poi, senza smettere di agitare lo shaker, lanciò un’occhiata un po’ sospetta al tavolo degli amici di Teenva

«Gli altri sono già arrivati tutti» si limitò a dire.

«Sì, sì, ora li raggiungiamo. A dopo».

Milva seguì con gli occhi la coppia avvicinarsi al tavolo dove Fedele, il Lupo e il Libero Ricercatope li stavano squadrando con aria incredula.

«Esimi colleghi, vorrei presentarvi Pamela».

Un coro di ciao senza entusiasmo accompagnò i due mentre si sedevano al tavolo. Se soltanto Teenva avesse prestato più attenzione avrebbe potuto facilmente notare le occhiate che i suoi amici si scambiarono. Ma Teenva era, appunto, Teenva, e non ci fece caso. La serata hdemica era sacra. Era una regola chiara: da Milva non si potevano portare ragazze. Teenva l’aveva violata. Non gliel’avrebbero fatta passare liscia tanto facilmente. Ma lui, tutto questo, non lo notò affatto:

«Allora, di che stavate parlando?» chiese Teenva.

«Di figa, chiaro no?»

Ci aveva pensato il Lupo a recapitare il concetto al destinatario tramite posta prioritaria, senza tanti giri di parole.

«Per meglio estrinsecare il concetto testé espresso dal Nobile Padre. Quesito: meglio il pelo allo stato brado o la patata glabra?» puntualizzò con sottile sarcasmo Fedele, puntando i suoi occhi in quelli di Pamela.

Teenva si agitò sulla sedia. Rise, ma si vedeva che era una risata nervosa.

«La vede, Dottor Teenvagina, quella maiala laggiù?» chiese Fedele. «All’interno del nostro Consesso si è aperta una disputa circa lo stato della patata: ce l’avrà glabra o pelosa?»

Pamela non sembrava particolarmente interessata alla disputa. Aveva capito che sarebbe stata una noiosissima serata tra maschi sfigati e aveva iniziato da subito a ignorare quello che veniva detto. Si guardava in giro giudicando di pessimo gusto quel buco dove l’aveva portata Pier, finchè non buttò l’occhio sul cellulare del Libero Ricercatope.

«Ehi, ma quello non è mica il nuovo Nokia?»

Fu come se il tempo si fosse fermato. Fedele e il Lupo sgranarono gli occhi e si girarono lentamente verso la ragazza; il Libero Ricercatope alzò di scatto il sopracciglio destro e dipinse il volto di un sorriso sarcastico. Il Discipulo, invece, guardava Teenva e Pamela, non potendo fare a meno di constatare che pezzo di gnocca avesse trovato il suo preferito. Il suo mentore.

«No. Questo non è un cellulare, piccola. È un rasoio…» ribatté il Libero Ricercatope.

Ci fu una grassa risata, il Lupo piantò una pacca sulle spalle a Fedele che quasi scivolò dalla sedia.

«Un rasoio… oddio muoio… dai, ne hai mai visto uno?» Fedele non riusciva a trattenersi.

«Dobbiamo quindi arguire, esimi Colleghi, che la giovin pulzella fa parte della prima categoria?»

Teenva rimase pietrificato per un attimo. Non sapeva cosa dire. Fu Fedele ad affondare il coltello.

«Bè, il qui presente Dottor Teenvagina potrà senz’altro trarci d’impaccio e renderci edotti…».

E ancora giù risate.

«Dai, non prendertela Teenva. Si fa per dire». Il Libero Ricercatope era ritornato perfettamente in sé, aveva smesso di ridere a crepapelle adottando il suo solito sorriso malizioso. Poi rivolto a Pamela aveva continuato. «Anche tu Pamela – ti chiami Pamela, giusto? – non farci caso. Che fai di bello nella vita?»

«Studio» rispose a denti stretti. Ma si accorse troppo tardi di aver sbagliato risposta.

«Anche noi!» Era esploso il Lupo e ancora tutti a ridere come dei matti. Pamela capì allora che non aveva sbagliato risposta. Aveva sbagliato a rispondere.

«Ehi, ho capito che stasera l’avete buttata a puttane». Teenva cercava di salvare il salvabile. Ma era troppo tardi.

«Pier mi puoi riaccompagnare a casa?»

«Ma Pam... è presto» tentò una timida protesta Teenva.

«Domani è sabato, io devo andare a scuola».

«Okkey, andiamo».

Una volta che i due furono usciti dal locale, Fedele sbottò rivolto al Discipulo.

«Bella faccia da culo, il tuo tutor».

«Eddai Fedele, si vede che è innamorato!» ribattè il Lupo, sempre pronto con una parola di comprensione verso tutti.

«Io propongo che il Senatus proceda con un richiamo ufficiale nei confronti del Padre Dottor Teenvagina per il contegno mostrato, profondamente lesivo del decoro e dell’onore dell’Istituzione hdemica» continuò Fedele «Chi vota a favore?»

 

In auto Teenva e Pamela non parlarono molto. Allontanatosi dal Bar Milva lui accese lo stereo e si immise nel traffico tranquillo del pre-discoteca.

«Ehi, dove stai andando?»

Ad un tratto Pamela si rese conto che Teenva aveva imboccato una strada diversa da quella di casa sua.

«Bè, Pam non è tardi…» e intanto le aveva appoggiato la mano sul ginocchio e aveva incominciato a risalire verso la gonna, alzata fin quasi all’altezza dell’inguine.

«Invece è tardissimo. Riportami a casa. Subito». Non c’era spazio di trattativa nella voce di lei. Contemporaneamente, scostò la mano di Teenva. Lui la guardò con un’espressione sorpresa e delusa.

«Dai Pier, domani i miei non ci sono che vanno a trovare dei parenti fuori città: ti aspetto alle 3» continuò lei con voce addolcita.

«Davvero vuoi che venga?» chiese timoroso.

«Certo piccolo, lo voglio eccome».

 

 

Sabato, 27 maggio 2000

Teenva si svegliò molto tardi l’indomani mattina. Mezzogiorno era passato da un po’ quando la madre bussò, prima timidamente poi con sempre maggiore convinzione, alla porta della camera del figlio.

«Pier vuoi deciderti ad alzarti?»

«…»

«Guarda che noi mangiamo, che tu ci sia o no. Forza, muoviti».

Dall’altra parte della porta, Teenva tirò fuori la testa dalle lenzuola, si alzò e aprì le persiane constatando come il sole fosse già molto alto in cielo. Dalle finestre aperte il caldo di fine maggio lo investì inebriandolo di pensieri dolci. Fece una veloce doccia, si vestì e scese nel salone, dove i genitori stavano già pranzando.

«Grazie per avermi aspettato…» disse lui addentando un pezzo di pane.

«Pier ti sono venuta a chiamare un’ora fa. Lo sai che in questa casa ci teniamo alla puntualità. Non puoi pensare di vivere qui come se fossi in un albergo».

«Uff mamma…la vuoi piantare?»

«Ehi giovanotto! Non rivolgerti così a tua madre, capito?» Come sempre il grande avvocato si era rivolto al figlio senza degnarlo di uno sguardo, ma continuando a leggere il giornale e mangiando contemporaneamente.

«Sì papà. Scusa mamma. Io vado» disse monotono avviandosi verso la porta d’ingresso.

«Pier non mangi nulla?» chiese apprensiva la madre.

«Mangerà quando avrà fame, lascia, lascia che vada…».

Fottiti stronzo, pensò Teenva sbattendo il portone d’ingresso correndo verso il suo Z3 che il filippino aveva già provveduto a portare al lavaggio. Fece scendere la capote, accese a palla lo stereo, ingranò la prima e sgommò fuori dal parco di Villa Zoboli per andare a mangiare un panino da Milva.

 

Alle tre meno un quarto era già davanti a casa di Pamela. Aveva parcheggiato un po’ distante, aveva abbassato lo stereo, deciso ad aspettare le tre precise per suonare il campanello. Il quartiere era residenziale, poche le auto parcheggiate lungo la via e un silenzio che invogliava al riposo pomeridiano. Da lontano un lieve ronzio di una falciatrice riempiva l’aria piena del primo caldo.

‘fanculo, andiamo. Teenva scese dall’auto, azionò l’allarme e si diresse verso la casa dove viveva Pamela. Erano le tre meno dieci quando suonò il campanello.

«Sono io»

«Sì, sali».

Teenva entrò nel piccolo condominio, di nuova costruzione, aspettò l’ascensore e salì al terzo piano, all’attico dove viveva la ragazza con i genitori.

La porta era socchiusa e lui entrò.

«Finalmente. Non ce la facevo più ad aspettarti».

A Teenva mancò il fiato. Sapeva che Pamela era bella, ma lì, in quel preciso istante, era uno schianto.

«Pamela…» non riuscì a dire nient’altro, poteva soltanto guardarla. Addosso aveva soltanto un reggiseno della Arimo con cuccioli di gatto e un paio di slip rosa. Lei chiuse la porta a chiave e gli si gettò al collo coprendolo di baci

«Pier…».

«Pam…ti voglio…».

«Anch’io» lei incominciò a sbottonargli i pantaloni e la camicia, lui la lasciò fare aiutandola a sfilare i jeans e solo quando anche lui armeggiò cercando di farle scivolare le spalline del reggiseno lei si scostò di scatto, spingendolo sul divano.

«Pier guardami».

Lui subito non capì, aveva il profumo di lei addosso e Pamela di fronte. Deglutì.

«Eh?»

«Ti ho detto di guardarmi».

«Lo sto facendo tesoro…».

«Bene. Cosa vedi? Dimmelo».

Cosa vedeva Teenva? Eh, vedeva la sua ragazza, ecco cosa vedeva. Sedici anni, alta più o meno come lui, capelli neri con striature appena appena pronunciate di blu elettrico. Un seno adolescente di marmo e gambe affusolate che terminavano in un fondo schiena alto e sodo. Una sedicenne che dimostrava almeno cinque anni di più con un viso luminoso acqua e sapone. 

«Vedo la regina dei miei sogni…».

«E saresti pronto a fare tutto per la tua regina?»

«Sì, tutto…tutto quello che vuole, mia regina». Tentò di alzarsi ma lei lo spinse sul divano e si sganciò il reggiseno rimanendo soltanto con gli slip.

«Ieri sera non mi sono divertita».

«…»

«Io sono al primo al secondo e al terzo posto».

«…»

«Voglio andare al mare il prossimo fine settimana. Dai ci andiamo? Dai dai prommetimi che mi ci porti».

«Quello che vuoi tu amore mio».

«Fammi divertire».

Lanciò un gridolino e si tuffò sul divano. Teenva annegò nel profumo della pelle di Pamela. Non pensava più ai genitori, agli amici. All’Hdemia.


...continua la prossima settimana...
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