Mi fidavo di te

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CAP. 4 - Dove si disserta di chiome e rasoi
Parte 1


DA: dr. Fedele (
robby76@libero.it)

A: dr.Teenva (pierzobo@tin.it); dr. Lupo (cesarebattiato@hotmail.com); Libero Ricercatope (alfiobig@libero.it)

CC: Ciambellano (luca.fiorini@yahoo.it)

Oggetto: Collatio Hdemica

Nobilissima Hdemia Scientiarum Eroticarum Regiens
in Vulva Veritas

Istituto di Figosofia e Sessuologia Monogamica
Ordinario: dr. Fedele Della Passera

Eccellentissimi,

onore e vanto a tutti voi! La serata sperimentale, che ha visto le Illustrissime Signorie Vostre tenere alte le insegne dell’Hdemico Spritus in quel di Bergonzano, può a buon diritto fregiarsi del titolo di Serata Maxima, per il contributo mirabile che essa ha fornito all’espandersi della Scientia Nostra. Un plauso particolare va poi al Magnfico dottor Teenva, il quale pare abbia assai profondamente affondato il proprio Ingegno – e non solo quello – nell’Hdemica Quaestio – e non in solo in quella –.

Dopo le ultime, feconde sessioni sperimentali del Nostro ConSesso, pare giunto il momento di ristorar le membra e i membri, meditando come si conviene sull’accaduto onde trarne subitamente nuovi et corroboranti spunti per il futuro. Propongo pertanto al Consiglio Tutto di riunirsi, in seduta plenaria, presso la Sede Hdemica il prossimo Venerdì 25 maggio, ove potremo mettere a fattor comune riflessioni e proposte, godendo dell’illuminata ispirazione che la nostra musa Milva saprà come sempre regalarci.

in Vulva Veritas

Fedele Dr. Della Passera - figosofo



martedì 23 maggio 2000

La solita serata da Milva insomma, pensò il Lupo spegnendo il pc e agguantando il lungo camice verde, fresco di lavatrice. Pochi minuti dopo era al lavoro, dopo aver parcheggiato con cura la Golf GTI nel “suo” posto, un angolo ombreggiato e lontano dall’ingresso della fabbrica, dove nessuna operaia imbranata avrebbe rischiato di ammaccarla con qualche goffa manovra. Gli piaceva l’idea di un venerdì tranquillo, gli ultimi due erano stati una delusione. Prima quelle ciccione, poi le fighette del Los Angeles, buone solo a bere dei Mohito e a fartela annusare. Gli andava di starsene un po’ tra uomini a sparare cazzate. C’era di buono che poi, di persona, Fedele e Teenva e gli altri la smettevano subito di usare tutti ‘sti paroloni. Il Lupo si divertiva con le mail e la farsa dell’Hdemia, ma non era a suo agio con quel modo di parlare. Aveva anche il sospetto che lo prendessero un po’ per il culo. Anzi, ne era quasi certo. Ma erano amici, gli volevano bene, e lui ne voleva a loro. Non se la prendeva, no. Se non fosse stato per loro sarebbe stato solo un terrone senza radici. Lo avevano accettato subito, così com’era, l’avevano fatto entrare nel loro gruppo, lo avevano sempre rispettato. Sì, gli volevano bene.

«Ciao Lupo! Oh, l’hai vista quella nuova?»

Il saluto del Rosso veniva dal solito crocchio di sfigati alla macchinetta del caffè. Il Lupo stava al gioco, sempre.

«No, c’è una nuova? Chi è, quella là? Minchia che topa… Se non sta attenta ce la mangio cruda!»

Lo scoppio di risate che salutò la battuta lupesca era quello tipico di chi ha ricevuto esattamente quanto si aspettava. Li aveva accontentati. Sorridendo famelico, strizzò l’occhio e si diresse rapido verso la sua posizione lungo la linea di assemblaggio.

«Che personaggio, quello lì!» disse soddisfatto il Rosso, osservando il passo ciondolante del Lupo.

«Già, fa morir dal ridere. Però non è solo un buffone, dicono che lavora bene.»

«Puoi dirlo forte. Io ci sono spesso di fianco. È una macchina. Quando comincia a lavorare diventa un altro. Serio, veloce. Non si ferma un attimo, e non sbaglia mai. Se tutti i terroni fossero così…»




Al Lupo piaceva il suo lavoro. Non era un lavoro di cervello, ma bisognava stare attenti e concentrati. Ogni tanto, fra un turno e l’altro, si faceva un giro in magazzino, a guardare i motori finiti. E si sentiva bene, perché sapeva che lì c’era anche la sua fatica. Era rimasto qualcosa. Si vedeva e si toccava, il suo lavoro. Non gli piacevano quelli che si impegnavano poco, che facevano il meno possibile. Lui ce la metteva sempre tutta, era bravo e gli altri lo sapevano. Questo lo sentiva. Anche se poi dietro lo chiamavano terrone e lo prendevano per il culo, lui sapeva che si era guadagnato il rispetto di tutti.

Di solito, mentre lavorava, il Lupo riusciva a stare molto concentrato. Nelle ultime due settimane, però, il pensiero di Milva lo assillava più del solito. Non al punto di farlo rallentare o sbagliare, ma troppo spesso si era accorto di pensare a quello che aveva sentito, e alla faccia di Barbara mentre cercava di negare. Non era convinto, per niente. Il giorno prima non era nemmeno andato a scrivere da Milva, come ogni lunedì, quando smontava dal turno di notte. Non ce la faceva a concentrarsi sul suo libro, e l’idea di trovarsi solo nel locale, per qualche strana ragione, invece di attirarlo lo spaventava. Però aveva voglia di vederla. Sempre. Avrebbe voluto averla lì vicino anche in questo momento. Solo per guardarla, senza bisogno di dire niente. Solo per vederla muoversi e lavorare.

Decise che avrebbe passato la serata da Milva. Da solo, con una birra e i giornali. Stare a casa a guardare la televisione era una rottura. Preferiva rintanarsi là. Magari gli sarebbe anche venuta qualche buona idea per continuare il romanzo. Stava quasi pensando che Rosalba, la protagonista, avrebbe potuto tradire Goffredo con Luigi, lo stalliere. Che poi si sarebbe scoperto essere il fratello, dal quale era stata seprata alla nascita. Ma era complicato, doveva pensarci bene. E da Milva si pensava meglio.




Poche ore dopo la sigaretta del Lupo bruciava lenta, brace rossa fra gli arredi in nero e i neon azzurri, riflessa nello specchio dietro al bancone. Era seduto in un angolo piuttosto lontano dall’ingresso, girato verso l’interno del locale. Nel piatto che aveva contenuto la sua piadina preferita – speck, fontina e salsa ai funghi – restavano ormai poche briciole. Anche la birra scura era quasi terminata, e il Lupo si stava interrogando su alcuni importanti quesiti. Il primo e di più urgente soluzione consisteva nel decidere se a questo punto sarebbe stato meglio un wisky o una grappa. Il secondo riguardava Rosalba e la scena di sesso con lo stalliere. In particolare, si chiedeva se un pompino ben fatto sarebbe stato consono alla delicata anima della sua eroina. Il dilemma era duro da sciogliere, anche ripensando ai suoi modelli di riferimento. Non ricordava niente di simile né in Silenzio e onore di Danielle Steel, né in Le bianche dune della Cornovaglia di Rosamunde Pilcher. D'altronde il suo lavoro doveva avere personalità, essere originale, non poteva soltanto imitare i romanzi più grandi. Doveva pensarci ancora.

Il terzo quesito riguardava Milva, naturalmente. O meglio, la sua assenza. Di solito al martedì, serata fiacca, Barbara si prendeva un turno di riposo, c’era solo Milva. Stasera, invece, i capelli a spazzola e la figura magrissima della giovane aiutante monopolizzavano la scena. L’ennesimo fatto insolito, un altro segnale che agli attenti occhi del Lupo non poteva passare inosservato.

Proprio quando aveva finalmente deciso di optare per una grappa e un caffè, la sua neonata intenzione di ordinare fu spazzata via dall’immagine devastante di Milva che entrava nel locale, gli occhi seri e il passo deciso. Devastante perché la folta chioma rossa era diventata una criniera lucente, intorno al volto della più splendida leonessa che il Lupo avesse mai sognato di poter vedere. Ne rimase letteralmente folgorato. Non l’aveva mai vista così, pesantemente truccata e avvolta in un abitino attillato e cortissimo, rosso scarlatto sopra stivali neri e calze a rete. Qualcuno avrebbe potuto definirla volgare, ma al Lupo non erano rimasti sufficienti vocaboli a disposizione per esprimere il turbamento che tanta sensualità gli stava scatenando dentro. Solo dopo qualche minuto di contemplazione estatica realizzò che si trattava dell’ennesima stranezza, acuita dal fatto che di lì a poco Milva era sparita nella piccola cucina dietro al banco, senza degnare di un saluto né lui né Barbara. Giusto il tempo di registrare l’anomalia che un tizio magro, in giubbotto di pelle e capelli brizzolati, si avvicinò al bancone e fece un cenno a Barbara. Un istante dopo Milva comparve dietro al bancone. Scambiò qualche parola sottovoce con il tizio, che il Lupo non potè afferrare. Vide però con chiarezza che lui le stava allungando qualcosa, forse un biglietto.

Quando il Lupo vide Milva leggere il biglietto e avviarsi di nuovo in cucina, per uscirne un attimo dopo con una piccola borsetta rossa e le chiavi della macchina in mano, agì d’istinto. Lasciò i soldi della consumazione sul tavolo, salutò Barbara con un cenno, e con studiata indifferenza uscì dal locale, appena in tempo per vedere Milva infilarsi nella sua Ford Fiesta nera e avviare il motore.




***




Le cifre rosse della radiosveglia sul comodino illuminavano di un tenue bagliore rosso il viso addormentato di Fedele. Le 03.12. Nel sentire lo squillo del cellulare, a pochi centimetri dall’orecchio, aprì rapidamente gli occhi. Aveva l’abitudine di lasciarlo acceso anche la notte, soprattutto da qualche settimana. Talvolta arrivavano messaggi alle ore più improbabili, anche brevi pensieri. Cose come “Sto ascoltando il silenzio della mia stanza. E’ così bello”. E niente di più. Valentina sapeva che lui avrebbe letto anche le parole non scritte. Non si aspettava però una vera e propria telefonata. Ancora confuso e semiaddormentato scrutò il display del telefonino. “Lupo”. Lupo? Ma cosa…?

«Lupo. Che succede?»

«Ciao Fedele. Senti, sono qua sotto. Mi fai salire?»

«Cosa? Sì… sì, certo, ma… cazzo Lupo, sono le 3… i miei dormono. Meglio se scendo io. Dammi cinque minuti.»

Fedele si vestì il più silenziosamente possibile e scivolò fino alla porta, sicuro di riuscire a non svegliare i genitori.

«Robby? Sei tu? Dove stai andando?»

Cazzo. Niente mamma, dormi. C’è il Lupo che ha bisogno di una cosa, faccio in un attimo. Sì lo so che sono le tre. Non preoccuparti torno subito.

In strada il Lupo fumava nervosamente dal finestrino della Golf. Fedele salì dal lato del passeggero. Sopprimendo uno sbadiglio, guardò il Lupo. Aveva la faccia seria e tesa. Ma non parlava. Fedele attese, paziente.

«Milva.»

«…?»

«C’è qualcosa che non va, Robby. Qualcosa di strano.»

Il Lupo raccontò a Fedele dello strano dialogo tra Barbara e Milva, della reticenza di Barbara, e soprattutto di quella sera.

«L’ho seguita fino in centro. Con la macchina, prima. Poi a piedi, cercando di tenermi lontano. È andata in via Emilia, ha suonato a un portone ed è sparita. Sono stato ad aspettarla lì fuori fino a poco fa. Quando è uscita per poco non mi vedeva. È tornata alla macchina, poi è andata casa. È rimasta là dentro per più di quattro ore.»

«Aspetta Lupo… fammi capire. Forse sono ancora addormentato, faccio un po’ fatica. Mi stai dicendo che hai pedinato Milva e sei stato quattro ore ad aspettarla fuori da un portone in via Emilia?»

«…»

«E questo perché ti sembra di avere sentito qualcosa di un discorso fra lei e Barbara… qualcosa su cui poi Barbara ti ha tranquillizzato, no?»

«Tranquillizzato un cazzo. Te l’ho detto, aveva la voce che tremava. Raccontava balle. E poi dovevi vedere come era vestita Milva stasera. Minchia Robby. Era bellissima, ma non era lei. Non era lei.»

« … Lupo… io capisco, ma… cioè, no, in realtà non capisco. Perché sei così preoccupato?»

«Ma come? Non vedi? C’è qualcosa che non quadra, per forza. Secondo te perché fa così?»

Fedele rimase un attimo in silenzio. Era piuttosto seccato per quella sveglia inaspettata. Dal suo punto di vista non c’era alcun legame tra il dialogo con Barbara e l’uscita di Milva. Quest’ultima, poi, ai suoi occhi era la cosa più normale del mondo. Milva era una donna bella e indipendente, ci sarebbe stato da stupirsi se non avesse avuto delle storie. Ma il Lupo era molto turbato, come a Fedele non era mai successo di vederlo. Doveva andarci piano.

«Lupo… ascolta… non è detto che Barbara ti abbia mentito per forza. Quanto a stasera, beh… ci sta che Milva possa essersi fatta bella per… per qualcuno, no?»

Silenzio stupito del Lupo. Non ci aveva ancora pensato.

«Vuoi dire… un uomo?»

«Eh…»

Al Lupo servirono almeno altri dieci secondi di riflessione per scacciare l’idea.

«No, impossibile. Troppo strano, tutto. Perché è partita dal Bar e non da casa sua? Cos’era quel biglietto? Chi era il tizio con il giubbotto? E poi non ha incontrato nessuno, non aveva l’aria di un appuntamento. Voglio dire, niente aperitivo, niente cenetta, niente cinema o cazzi del genere. È solo andata in quel portone, c’è stata quattro ore, poi è uscita. Troppo strano. Più ci penso più mi convinco che c’è sotto qualcosa.»







Mercoledì, 24 maggio 2000

Quando Teenva e Maria uscirono dal cinema era molto tardi. Mercoledì, cinema. Da bravi fidanzatini.

Lui durante il film non aveva fatto altro che pensare a Pamela, conosciuta soltanto il venerdì prima. Per tutto il sabato si era costretto a non chiamarla, ma per ore aveva bighellonato nella sua mansarda con il numero della ragazza in mano.

Poi, poco prima dell’ora di cena, aveva ricevuto un sms.

Domani pomeriggio andiamo al cinema? Scegli tu cosa andare a vedere. Mi manchi da morire. T.V.T.B. Pam.”

Aveva letto e riletto quel messaggio almeno venti volte, con il cuore che batteva e gli occhi che luccicavano. Poi era sceso, aveva preso l’auto ed era andato da Milva, a fare orario prima di andare a prendere Maria, per il consueto sabato sera.

La domenica con Pamela, invece, aveva trascorso ore molto piacevoli. Prima al cinema, in ultima fila e poi in macchina, appartati in una stradina di periferia, vicino a Rivalta. Lì, tra le cosce della giovane, aveva capito cosa avrebbe dovuto fare con Maria. Doveva farlo. Il mercoledì sera sarebbero andati al cinema e poi l’avrebbe scaricata, senza pensarci troppo. Magari sarebbero andati a vedere proprio il film che aveva visto con Pamela. Gli era piaciuta subito l’idea.

«Vuoi andare a bere qualcosa?» chiese Teenva a Maria, senza troppo entusiasmo, davanti all’uscita del cinema.

«Non saprei, tu ne hai voglia?»

«Ti riporto a casa» chiosò deciso.

Teenva si cacciò le mani in tasca e non disse più nulla. Passarono davanti al Lord Nelson, con la strada stipata di ragazzi appollaiati sugli scooter con boccali di birra in mano, e arrivarono al parcheggio.

Lui azionò l’apertura elettrica del suo Z3, accese il motore e uscì dal parcheggio. Solita strada del ritorno per Teenva: una calma passeggiata in automobile per le vie del centro storico della città, prima di riaccompagnare Maria a casa. Non parlarono per tutto il tragitto.

«Ci sentiamo domani pomeriggio?»

Maria aveva appoggiato la testa sulla spalla di Teenva, lui aveva spento il motore. Era una notte stellata, silenziosa, nell’immediata periferia della città. Restarono in silenzio per un bel po’.

«Devo dirti una cosa.»

Teenva si stupì di sentire la sua voce, roca. Aveva la gola secca. Maria alzò la testa e lo guardò, senza dire nulla.

«Credo di non amarti più.»

Un soffio, ma quanta fatica. Lei subito non capì. Fu il suo stomaco a capire tutto. Avvertì una contrazione fortissima e sentì la sua voce, come se non appartenesse a lei.

«Ma… non mi stai lasciando…vero?»

Lui non capiva bene cosa stesse provando. Per la prima volta si sentiva insicuro, incerto. Scacciò via il pensiero di ritornare sulle proprie decisioni, si ripeté mentalmente che ormai non poteva rimangiarsi tutto: doveva andare avanti. Doveva lasciarla. Ma non disse nulla.

«Pier…?»

Teenva pensò a Pamela, alle sue labbra, ai suoi capezzoli. Si sollevò un poco dallo schienale.

«Dai Maria, scendi. Cos’altro vuoi da me?»

«Come cosa voglio?»

«No, ti prego non metterti a frignare, okkey?»

«Ma… almeno parliamone. Se ho sbagliato…»

«E’ finita Mary, cazzo c’è da dire? Dai, forza. Scendi.»

Teenva si allungò e aprì la portiera a lato di Maria. Lei lo guardò incredula. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Teenva tamburellò nervosamente con le dita sul volante dell’auto.

«Sei uno stronzo, Pier» disse lei mentre scendeva dall’auto.

«Sì, va bene. Ora vai a letto» sibilò lui richiudendo la portiera e sgommando via per sempre dalla sua vita.

Guidò per tanto. Non aveva nessuna voglia di andare a casa. Era come se qualcosa non gli tornasse. Con Maria era finita, davvero. Ora poteva pensare soltanto a Pamela. Ma c’era sempre qualcosa che non andava, come una punta di inquietudine. Mandò un sms a Pamela:

Ti voglio”

Voleva spingere sull’acceleratore con lei. Sentiva che quella poteva essere la strada giusta. Si meravigliò due minuti più tardi quando il suo cellulare lo avvertì dell’arrivo di un sms. Era lei:

E allora vieni a prendermi”

Rise dando un pugno al volante. Anche lei era ai suoi piedi. Venne invaso da un profondo benessere.




***




«… insomma, il Lupo è preoccupato, parecchio. Non l'avevo mai visto così. Dice che Milva si è messa in un brutto casino, ne è convinto.»

Fedele parlava passeggiando fra i libri di diritto e i fumetti accatastati sulle mensole del suo piccolo studio. Era il momento più importante della giornata, quello in cui aveva ormai imparato a stordire con efficacia la propria coscienza. Non era stato così difficile, il più era stato rispondere la prima volta al telefono. Mandare giù quel sapore metallico che qualcuno avrebbe potuto anche chiamare paura. A tutto il resto aveva pensato il timbro allegro e fresco della voce di Valentina. Gli argomenti in comune erano passati con naturalezza dalla tastiera alla conversazione, arricchiti da sorrisi, vibrazioni e qualche silenzio, imbarazzato ma eccitante. Non aveva tardato a diventare quotidianità. Sugo rosso, sapore intenso e proibito, nella sua correttezza. Innocuo, ma pericoloso.

«E tu che ne pensi?»

«Mah… non saprei. Stando a quello che ha detto il Lupo, ci sarebbe di che preoccuarsi. Ma bisogna fargli la tara… insomma, quando si tratta di Milva il Lupo perde obiettività. Non che di suo ne abbia moltissima, ma quando c'è di mezzo lei…»

«Ah perché… gli piace Milva?»

«”Gli piace” è un po' poco. Lui crede che nessuno se ne sia accorto, ma quando la guarda non sembra nemmeno più lui. È proprio perso. Irriconoscibile… un po' hai capito che tipo è il Lupo, no?»

«Direi di sì. Da come ne parli è quasi una macchietta. Però simpatico, mette tenerezza.»

«Sì, hai ragione. A suo modo è tenero. Ma il suo modo è tutto spavalderia, smargiassate, sai della serie 'non temo niente e nessuno, io sono il Lupo'. Ecco. Con Milva diventa un cucciolo intimorito. Balbetta quasi, fatica ad alzare gli occhi. Roba da scuola media».

«Povero Lupo… ma questa Milva è così straordinaria?»

«Puoi dirlo forte… difficile da raccontare. È una roccia, Milva. Una donna forte, dura. Bella, anche, ma di una bellezza aspra, vissuta. Eppure sa essere anche dolcissima. E fragile, in un certo senso. È capace di strapparsi il cuore per te. Poi, un minuto dopo, ti caccia dal bar a calci in culo perché le gira così.»

«Interessante, sì. Ti sento coinvolto, Robby…»

«Cosa? No, no… cioè, non in quel senso… è solo che a Milva non si può restare indifferenti. Vorei che la conoscessi, capiresti cosa intendo.»

«…»

«Vorrei che conoscessi lei ma anche il Lupo, e Teenva, e tutto il resto. Vorrei che potessi vederlo con  i tuoi occhi, questo mondo che ti racconto al telefono.»

«…»

«…»

«Anche io lo vorrei, Robby, tanto. E vorrei che anche tu vedessi il mio, di mondo… ma più di tutto vorrei vedere te, negli occhi, mentre mi parli.»



...continua la prossima settimana...
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