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CAP. 3 - Dove si visita la città degli angeli
Parte 2
Il cappellino Ducati si calò deciso sulla testa scura e ovale del Lupo, aprendo gli orizzonti di una notte famelica. Camicia variopinta ben aperta sul petto villoso. Catena d’oro in bella evidenza. Jeans neri e Adidas ai piedi. Si guardò un attimo allo specchio, con un ghigno soddisfatto. Una belva. Stasera non ce n’era per nessuno. Stasera fanculo anche a Milva e alle mille domande che avevano affollato le lunghe ore in catena di montaggio per tutta la settimana. Stasera si chiava, cazzo.
Chiuse rapidamente dietro di sé la porta del minuscolo appartamento. Chiamò l’ascensore al sesto. Aspettandolo, ascoltò come in sogno il familiare sottofondo di fonemi arabi e slavi salire lungo la tromba della scala buia, costante colonna sonora del vecchio formicaio anni settanta in cui aveva trovato rifugio da quando aveva deciso di trasferirsi al nord. Il padre di Fedele, cugino di suo padre, gli aveva offerto un appoggio, un riparo e un paio di indirizzi a cui bussare per trovare un impiego. Il Lupo era laborioso, serio e orgoglioso. Non era rimasto a casa dei parenti per un minuto oltre il necessario. Aveva trovato subito un posto da operaio in una grossa azienda metalmeccanica. Faceva costantemente turni di notte e straordinari, e presto era stato in grado di pagarsi l’affitto e di iniziare a risparmiare. Non mandava una lira a casa. Non voleva saperne più niente della Sicilia e dei siciliani, nemmeno della sua famiglia. Per lui erano morti, sepolti assieme al fatalismo e ai baciamano. Lupo orgoglioso, sì. Dopo meno di tre anni di duro lavoro e pasti frugali, aveva risparmiato abbastanza da coronare un sogno che adesso brillava lucido nel consueto angolo del parcheggio, ben al riparo da grandine e portierate. Golf GTI 1.8, bianca con interni in pelle rossa, impianto stereo Blaupunkt con woofer preamplificato da 80W, cerchi in lega e adesivo “O’Neill” da 60 cm sul lunotto posteriore. Un pezzo di cuore, che pulsò obbediente in arancione quando il dito del Lupo premette il telecomando. Chiave nel cruscotto, 150 cavalli che obbedienti nitrirono alla pressione del piede sull’acceleratore. Vai, Silver. Portami al Los Angeles.
Mentre la Golf Gti del Lupo divorava l’asfalto ai piedi delle colline matildiche, diretta verso i tornanti che da Quattro Castella portavano al leggendario Los Angeles, la Z3 scura di Pier Andrea Zoboli fermava in una strada della periferia sud di Reggio, di fronte a un bel condominio immerso nel verde, di recente costruzione. Teenva non si prese la briga di scendere dall’auto. Fece scattare lo sportelletto dell’Ericssonn T39. Elegantissimo e compatto, sul mercato da pochi giorni. Una figata. Non aveva potuto fare a meno di premiarsi per la bella prova che sicuramente avrebbe regalato al prossimo appello di Penale. Un regalino anticipato, comprato giusto poche ore prima.
«Dài finocchio, sono qua sotto.»
Fedele comparve non più di 60 secondi dopo, puntuale come sempre. Aprendo la portiera fu investito dal martellante unz unz che identificava da sempre la presenza di Teenva. Meglio così, non aveva tanta voglia di parlare. Sfortunatamente Teenva abbassò rapido il volume.
«Allora, sei carico?»
«Quanto basta» mentì Fedele.
«Eddai, stasera sarà una grande serata. Basta seghe mentali, c’è da divertirsi! Stasera tocca all’Hdemia!»
Fedele trascinò un sorriso sulle labbra. Teenva. Il suo amico. Da quanto tempo, non avrebbe saputo dirlo. A pensarci bene non avrebbe nemmeno saputo dire perché gli volesse così bene, né perchè fosse così a proprio agio con questo maledetto figlio di papà, tanto diverso da lui. Così lontano dalle sue umili origini, dai suoi interessi, dai suoi gusti.
«Tanto per saperlo: per Sara, dove siamo?»
«Al Los Angeles, punto. Mi sono un po’ rotto di raccontare balle. Se non ci sono in mezzo delle donne, preferisco sorbirmi qualche muso storto subito, ma poi andare tranquillo.»
«Hai dovuto litigarci?»
«Ma no… a lei non piacciono le discoteche ‘per principio’, quindi non è contenta se ci vado. Ma sa che il venerdì con l’Hdemia è sacro… brontola un po’, ma poi si adegua. Le basta essere tranquilla sul fatto che non farò il cretino con le ragazze…»
Sorriso eloquente sul volto di Teenva.
«E stasera può stare tranquilla, vero?»
«Ovvio. Mica faccio il cretino. Questa è scienza, cazzo! Mi immolo per il progresso!»
«Bravo Fedele! Tu sì che sei saggio!» approvò Teenva sghignazzando.
«Tu, piuttosto. Maria è al corrente?»
«Chi? Ma va’, figurati. Dove vado con l’Hdemia sono cazzi miei, non deve neanche provarci a chidermelo. Al venerdì sera si sta in casa a guardare un bel film, e soprattutto non si rompono i coglioni.»
Fedele si astenne prudentemente da qualsiasi commento.
Giunti al parcheggio del Los Angeles non tardarono a individuare il gruppetto raccolto attorno alla Golf del Lupo. C’erano sia il Discipulo che il libero Ricercatope. Il Gran Cià’n’bell’ano, come di consueto, no. Aveva accampato qualche scusa, non importava nemmeno più quale. Come tante altre volte, aveva gettato lui il sasso dal quale era nata la serata Hdemica, e sarebbe stato pronto a fare propri i resoconti dell’indomani, ma niente di più. Gli piaceva stare sullo sfondo, sentirsi una specie di grande vecchio.
«Illustri colleghi, siete pronti a immolarvi per la scienza?» esordì salutando Fedele.
Il lupo assestò leggermente il cappellino Ducati sulla fronte, con un ghigno promettente.
«Stasera faccio una strage! Grande idea ragazzi, si va diretti alla gola!»
Il Discipulo tentò di distogliere lo sguardo di fronte all’occhiata interrogativa di Teenva, che tuttavia non gli lasciò scampo.
«Discipulo, sarai testimone di una serata storica. Ma che dico tesimone? Sarai protagonista! E non è escluso che una buona prova anche stasera ti cosenta di ambire a titoli più alti…»
«Stavo giusto per suggerirlo, nobile Padre» interloquì il Ricercatope. «Codesto giovine ha dato mirabili prove di perizia et maturità. Mi domandavo se il consiglio non potesse vagliare una proposta di avanzamento al titolo di Accolitus.»
«Potrebbe darsi… ma se ne discuterà nelle sedi opportune, dopo questa importante prova. Stasera non conviene distrarsi…» chiosò Fedele, indicando con un cenno eloquente del capo un trittico di culi ancheggianti che stava poprio in quel momento superando il gruppetto, in direzione del locale.
«Oh, quanta figa…» ringhiò il Lupo. «Che cazzo stiamo aspettando?»
«Nobile Lupo, frena i tuoi appetiti! » lo bloccò Teenva. «Adesso andiamo, e ne potrai sbranare quante ne vorrai. Ma prima dobbiamo riassumere lo scopo della serata, affinchè tutti – e sottolineò la parola cercando ancora una volta lo sguardo timido del Discipulo – contribuiscano alla buona riuscita dell’impresa.»
«Concordo con il Dottor Teenvagina» intervenne Fedele. «Questa serata sarà dedicata alla sperimentazione sul campo dell’inutilità del corteggiamento, come il nobile Lupo ha più volte teorizzato, sostenuto dal Gran Cià’n’bell’ano. Pertanto, gli approcci di questa sera dovranno essere il più possibile diretti, e volti a verificare immediatamente la disponibilità della fanciulle a concedere il Pregiato Tubero, senza tanti giri di parole. Vi invito pertanto ad attenervi, ciascuno secondo il proprio stile, a questo protocollo. A fine serata, o al più tardi domani, ciascuno relazionerà sull’andamento della serata.»
«Amen!» conluse Teenva, passando un braccio attorno alle spalle del Discipulo e avviandosi risoluto verso l’ingresso del Los Angeles.
Era una serata splendida. L’aria ancora piuttosto fresca, il cielo punteggiato di stelle e le luci della pianura sotto di loro. A Fedele sfuggì un pensiero – e tu chissà cosa stai facendo – che scacciò rapido con un gesto nervoso della mano. In una sera così non ci si poteva far prendere dalla malinconia. E neanche dal romanticismo. Basta seghe mentali, aveva ragione Teenva. Il quale, peraltro, sembrava faticare poco in questo, baldanzoso e sorridente alla guida del gruppetto. Fedele, in coda, per qualche istante lo invidiò. Poi allungò il passo e affiancò il Lupo, giusto in tempo per cogliere l’ennesimo commento animalesco sulla scollaltura di una prosperosa bionda.
Un senso di ebbrezza e risate facili accompagnò il gruppo oltre l’ingresso del locale. Come per un tacito accordo, giunti ai bordi della piscina, si diressero verso il bancone del primo bar e lì si divisero, gli occhi già tuffati nell’ondeggiare di pelli abbronzate e minigonne sotto il grande telone della prima pista. Fedele osservava il lampeggiare ipnotico delle luci sul corpo di una splendida mora fasciata in un abito beige, che risaltava sulla pelle scura mentre le braccia si alzavano e abbassavano al ritmo della musica. Le ascelle avevano sempre rivestito un ruolo importante nel suo immaginario erotico. Gli piaceva pensare di solcare quelle ombre depilate e il loro profumo pungente, al confine della pelle delicata che piano si alzava per diventare prima seno poi capezzolo e ventre e cosce e sesso. Tutto partiva da lì, dal pensiero di affondare il naso e le labbra in quell’antro denso di ormoni, preludio alle praterie aperte e generose della sensualità.
«L’ho vista anch’io. Granfiga.»
Il lupo non aggiunse altro. Finì in un fiato il Cuba Libre che gli avevano appena servito e avanzò deciso verso la mora, che nel frattempo, ballando, si era allontanata di qualche metro. Fedele non aveva buone sensazioni. Troppo bella, troppo consapevole di esserlo. Ballava da sola, nel senso stretto del termine: tutta concentrata su se stessa e sull’effetto psicotropo della sua fisicità. Le braccia unite si alzavano sopra il capo, ruotando alternativamente alle anche, con il viso rovesciato all’indietro e gli occhi socchiusi. Poi si abbassavano e il capo si chinava in avanti, fino a portare la fronte al livello delle spalle. Durante questo movimento le palpebre si aprivano, ma lo sguardo evitava con cura di posarsi su qualsivoglia essere umano, compiendo un’altalena costante fra il pavimento e le luci sulla volta del tendone.
Fedele succhiava svogliato il suo Mojito mentre osservava la pancia fiduciosa del Lupo ondeggiare approssimativamente a tempo, nel percorso di avvicinamento alla tipa. Faticosamente, nei varchi tra spalle e capelli della massa danzante, riuscì ad inquadrarlo nel momento in cui si avvicinava alla preda. Era troppo lontano per cogliere il dialogo, ma intuì che lui stava cercando di dirle qualcosa. Improvvisamente gli occhi dell’amazzone recuperarono il contatto con la realtà e si sgranarono in un istante di sorpresa, prima che la mano destra abbandonasse il piacevole compito di disegnare armoniose forme nell’aria, per posarsi con inaudita violenza sulla guancia sinistra del canide. Fedele non ne poteva essere certo, ma sotto il volume incalzante della techno la brezza sembò portargli un “Ma vaffanculo, troia” perfettamente intonato con l’espressione del Lupo. Il quale, subito dopo, voltò le spalle alla ragazza e si incamminò leggermente barcollante, diretto verso nuovi terreni di caccia.
Fedele sorrise di gusto, divertito e ogni volta sorpreso dalla facilità con la quale il Lupo continuava a buttarsi in avventure quasi sempre fuori della sua portata. L’approccio doveva essere stato perfettamente in linea con la missione della serata, a giudicare dalla reazione della tipa. Però, Lupo, anche tu… si vedeva lontano un miglio che questa non aveva lo spirito per apprezzare. Con la figa è così – rifletteva Fedele – ti fai appannare dall’ormone, da un bel paio di cosce, e perdi la capacità di leggere i segnali. Lo schiaffone era già scritto nel modo in cui non si guardava intorno.
Quella là appoggiata al bancone, invece, prometteva decisamente meglio. Al massimo vent’anni, forme rotondette ma non eccessive, carina ma senza pretese. Qui l’asticella era più bassa, lo vedevi soprattutto dagli sguardi attenti, dalle guance rosse e dai larghi sorrisi, spesso maliziosi, che scambiava commentando con l’amica-scorfano quello che accadeva intorno a loro. Anche il look, piacevole ma poco panteroso, ispirava simpatia. Avrebbe dovuto muoversi anche lui, in fondo erano lì per sperimentare. Però non ne aveva una gran voglia. Nonostante tutto l’impegno, era sintonizzato su altri canali. E poi stasera rischiava parecchio. Le probabilità che Sara venisse a conoscenza dello scopo della serata erano indubbiamente remote, ma il Los Angeles era un vero must delle notti estive reggiane. Aveva incrociato già parecchi volti noti, e Sara cominciava a conoscere molta gente. Una percentuale di rischio c’era di sicuro.
Pensava queste cose, convivendo con il solito retrogusto fastidioso di colpevolezza, mentre continuava a guardare la fresca ragazzotta e le goccioline sull’etichetta della sua Corona, con un’insistenza involontaria che l’attenta puledrina non mancò di notare. Fedele se ne accorse quasi subito dai sorrisini concitati che scambiò con l’amica, la quale in modo piuttosto plateale si girò per lanciargli un’occhiata da sopra la spalla. Cazzo, se me la metti davanti alla linea di porta…
Si trascinò senza troppa convinzione giù dallo sgabello, e finse goffamente un’improbabile casualità nei movimenti per guadagnare venti centimetri di bancone libero proprio accanto all’obiettivo. Da vicino, brillava di normalità. Capelli lisci castani appena sopra le spalle, maglietta attillatamanontroppo, rosa con D&G scritto a brillantini, Short scuri su gambe segnate da una lieve cellulite che non prometteva un futuro da indossatrice. Per quanto eroticamente poco coinvolto e attento a mantenere l’approccio scientifico utile a dargli il necessario distacco, un attimo prima di parlare Fedele era discretamente preoccupato. Lo comprese percependo una fastidiosa tachicardia, e temette per un attimo di essere effettivamente nervoso. Si fece forza, pronto a incassare anche lui il suo schiaffone. Lo doveva all’Hdemia, non poteva presentarsi da Milva senza nememno un tentativo.
«Ciao.»
Lei si voltò, dissimulando malamente l’entusiasmo che le guance subito arrossate tradirono. Fedele la guardò solo un istante negli occhi, registrò il naso largo e gli occhi luminosi, e si affidò al suo stile.
«Scusami, ti stavo osservando. Trovo che tu sia decisamente gradevole. Mi domandavo se poteva interessarti l’idea di fare sesso con me, stasera.»
Lo stupore si dipinse negli occhi della ragazzina, la bocca graziosamente immobilizzata in un muto “oh”. Fedele vedeva la scena al rallentatore, gli sembrava di percepire i muscoli della spalla di lei tendersi per armare il ceffone. Invece toccò a lui stupirsi, vedendo le labbra stirarsi e aprirsi in quella che inequivocabilmente era una grassa risata.
«Ma come? Me lo chiedi così?!» disse sinceramente divertita.
«E come devo chiedertelo? Purtroppo sono a corto di rose e violini, stasera.»
«Ma che fenomeno! Beh, però sei forte… come ti chiami?»
«Sono Robby, piacere. Tu?»
«Francesca. E lei è Simona.»
I convenevoli proseguirono per qualche minuto, ma Fedele realizzò presto che Francesca non era molto per la quale, come avrebbe detto il Libero Ricercatope. Il fidanzatino era in arrivo assieme agli amici, lei lo stava aspettando, e lui non voleva certo rovinare la serata Hdemica con una rissa fuori programma. Si salutarono con un bacio sulla guancia e gli auguri per una bella serata.
Fedele, un po’ frastornato, si allontanò dalla pista diretto al bordo della piscina, domandandosi che cosa avrebbe fatto se gli avesse risposto di sì. Aveva dato per scontato un rifiuto violento, perché, al di là del formale entusiasmo per le teorie del Gran Cià’n’bell’ano, non aveva troppa fiducia nell’evoluzione della specie. Soprattutto di quella femminile. Di Valentine non ce ne erano molte in giro, si sorprese a considerare con un compiaciuto sorriso misogino.
Il flusso dei suoi pensieri fu interrotto dal saluto di Teenva, proprio alle sue spalle.
...continua la prossima settimana...
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