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CAP. 3 - Dove si visita la città degli angeli
Parte 1
DA: dr.Teenva (pierzobo@tin.it) A: dr. Fedele (robby76@libero.it); (dr.Teenva (pierzobo@tin.it); dr. Lupo (cesarebattiato@hotmail.com); Libero Ricercatope (alfiobig@libero.it) CC: Discipulo (manu79@tin.it); Gran Cia’n’bell’ano (luca.fiorini@yahoo.it) Oggetto: Los Angeles! Nobilissima Hdemia Scientiarum Eroticarum Regiens in Vulva Veritas ISTITUTO DI PASSEROLOGIA ADOLESCENZIALE Ordinario: Prof. Dr. Teenvagina
Gentili et pregiatissimi Colleghi,
mi rivolgo a Voi – non prima di averVi onorato con il consumato cerimoniale hdemico - nel raccogliere con vivo et adolescentiale entusiasmo l’invito alla giornata di lavori e studio che si profila per venerdì p.v.
In particolare infatti, con la presente, sono ufficialmente a proporre di testare e verificare le tesi avanzate dal sempre munifico Gran Cia’n’bell’ano già tra due giorni, urgendo infatti - proprio per quella data – l’inaugurazione della stagione estiva della gloriosa discoteca Los Angeles, in quel di Bergonzano.
Là quindi, il Nobilissimo ConSesso Nostro potrà espletare quelle funzioni di studio e di ricerca sul campo che tanto sono precipue del Nostro agire e vivere quotidiano, agevolati dall’altissima percentuale di patata presente in loco.
Soltanto a notte molto inoltrata, una volta esaurita la spinta ricercatrice ci si ritroverà da Milva per un primo confronto sui dati raccolti e per incominciare a lavorare su nuove e - si spera – stimolanti idee.
Signori, è con una punta di commozione che Vi esorto sulla assoluta importanza dell’esperimento che Ci vedrà protagonisti sulle auliche colline. L’Hdemia si accinge a compiere un nuovo e decisivo passo nell’evoluzione delle relazioni tra i sessi!
Vorrei che anche il giovine Discipulo fosse della partita, per dargli agio di poter crescere et maturare con nuove esperienze, ma so per certo che proprio lui sarà il primo a non volersi tirare indietro davanti alle proprie responsabilità di diligente e stimabile novizio.
in Vulva Veritas
Dr. Teenva
mercoledì 17 maggio 2000
Una volta cliccato su “Invia e Ricevi” Teenva spense il computer, si infilò la giacca e scese le scale. Andò in garage, salì sulla sua Z3 canna di fucile e rombando uscì dal giardino di Villa Zoboli, direzione Parma, Università. Alle 9 era in programma l’appello di Diritto Penale, che vedeva il nostro eroe al terzo tentativo, dopo due segate prese nei denti.
Una nuvola di fumo investì Teenva in pieno volto.
«Se ne vada.»
La prof di Diritto Penale, continuando a fumare come una ciminiera, gli allungò il libretto senza mai degnarlo di uno sguardo, con gli occhi rivolti verso sinistra, alla porta di ingresso.
Dopo neanche tre minuti il suo esame era già terminato.
Una domanda, nessuna risposta. Finito.
Teenva si alzò, prese il libretto e, girati i tacchi, si fece largo tra la folla di studenti assiepata alle sue spalle, a pochi centimetri dalla cattedra. Sibilò un “puttana” e, appena arrivato al proprio posto, sbatté sul banco il libretto, chiuse il manuale di Diritto Penale e mandò a quel paese ancora una volta la prof.
Uscito velocemente dall’aula, si lasciò alle spalle l’Università e a larghe falcate si diresse verso il vicino parcheggio. Pagò, raggiunse il livello dove aveva lasciato l’auto, azionò l’antifurto, aprì la portiera e appoggiò sul sedile la borsa. Salì a bordo, mise in moto la sua Z3 e rombando si immise nel flusso del traffico cittadino, lungo il torrente Parma, direzione autostrada verso Reggio Emilia. Accese lo stereo e inserì la compilation che un suo amico dj del Pineta di Milano Marittima gli aveva regalato il giorno prima. Alzò il volume, prese il cellulare, compose un numero e pigiò sull’acceleratore. Suonava libero. Al terzo squillo si spazientì e riattaccò. Passò sotto il sensore del Telepass ed entrò in autostrada, si piazzò in terza corsia e azionò il meccanismo per aprire la capote dell’auto. Dopo alcuni chilometri gli squillò il cellulare: guardò il numero sul display, era lo stesso che aveva provato a chiamare alcuni minuti prima. Lasciò che il telefono si stancasse di suonare a vuoto, mentre la pianura padana gli sfrecciava attorno. Erano le 13 passate e aveva fame. Arrivato a Reggio, davanti al Centro commerciale L’Ariosto, telefonò a casa
«Mamma, sto arrivando. Dieci minuti.»
«Ciao, com’è andata? Festeggiamo?»
«é andata da culo. Preparami da mangiare, che c’ho una fame boia.»
«Ma… ti sei fatto bocciare ancora?»
«Senti mamma, ne possiamo parlare a casa, cazzo!?»
E riattaccò. Ormai era in circonvallazione. Imbottigliato nel traffico. Gli arrivò un sms.
“Ciao amore. Non sono riuscita a rispondere, poi ho provato a chiamarti. Stasera andiamo a festeggiare? Ti amo da morire.”
Lesse frettolosamente il messaggio di Maria, sbuffò un “’fanculo anche te” e si attaccò al clacson, pochi metri prima di svoltare nel cortile di casa.
«Allora Pier? Mi vuoi spiegare?»
«Mamma che diavolo c’è da spiegare? Mi ha fatto delle domande e mi ha segato.»
«Tu non studi abbastanza, te lo dico sempre. È la terza volta che ti fai bocciare a questo esame.»
«Ma ho risposto a tutte le domande! Non so neanch’io cos’è successo.»
«…»
«…»
«Guarda che se uno risponde mica lo bocciano. Io non ho fatto l’università ma…»
«Ecco, appunto: tu non hai fatto l’università. Quindi taci, fammi mangiare in pace e non rompermi l’anima, che c’ho i maroni girati già di mio.»
I due non si rivolsero più la parola, per un po’ di tempo.
«Mio padre come sempre non pranza con noi, vedo» riprese Teenva, con il suo atteggiamento da schiaffi dei tempi migliori.
«Pier non usare quel tono! Tuo padre sgobba per poterti dare tutto quello che vuoi.»
Teenva afferrò il bicchiere, bevve una bella sorsata d’acqua, deglutì e con calma appoggiò il bicchiere sul tavolo. Poi di scatto alzò gli occhi e li rivolse alla madre.»
«E che vuoi anche tu. Mantiene anche te, non scordartelo.»
La conversazione era terminata. Quello che Teenva aveva detto era l’esatta verità: l’Avvocato Zoboli manteneva sia il figlio Pier che la moglie. Non solo. Manteneva anche Rebecca, l’amante venticinquenne di Parma, e Julia, una diciottenne di un piccolo villaggio vicino a Varadero, a Cuba, dove viveva nella casa intestata al famoso professionista reggiano con i genitori e altri due fratelli. E dove l’avvocato Zoboli trascorreva appassionanti vacanze ogni sei mesi, a novembre e a maggio. Era irreprensibile l’avvocato: nel suo Studio legale, dove quasi la totalità dei suoi colleghi teneva il crocefisso, lui aveva il ritratto di Che Guevara, non perdeva occasione per ostentare le proprie idee comuniste e faceva affari d’oro difendendo la comunità cinese della città e numerosi altri imputati extracomunitari del nord Italia.
Teenva non lo sopportava.
La moglie aveva capito di non poterne fare a meno, di lui e dei suoi soldi. Soprattutto aveva capito che non poteva più fare a meno dell’assenza di suo marito, dei week-end lontano da casa, delle vacanze a Cuba, dei convegni sempre più frequenti. Sapeva di Rebecca e di Julia. Sapeva dei tradimenti di suo marito e sapeva anche sopportare. Lei era una donna bella e intrigante, anche alla sua età, e non aveva dovuto faticare troppo per trovare una degna consolazione.
Teenva – questo – non lo sapeva.
Lui aveva i soldi, una bella automobile, gli amici e Maria. Sì, c’era anche Maria nella sua vita, e quel pranzo gli aveva fatto venire voglia di lei. Salì velocemente in mansarda, dove c’era la sua camera, il suo studio. Il suo rifugio. Dove era proibito l’ingresso a tutti, donne delle pulizie comprese. Compose il numero di Maria ma subito realizzò che, vista l’ora, la ragazza non avrebbe risposto, perché già impegnata nell’ufficio in cui faceva la segretaria. Accese il computer per controllare se non fosse arrivata qualche e-mail dall’Hdemia, poi rivolse tutta la concentrazione a ICQ e alla sua lunga lista di contatti sparsi un po’ in tutta Europa. Dopo un’ora si stancò, salutò i suoi amici virtuali, spense il computer e si lasciò cadere sul divano, allungò un braccio verso il telecomando dello stereo e si addormentò sulle note di un cd di musica latino-americana acquistato l’estate precedente a Gran Canaria.
La cena, in casa Zoboli, era il momento più importante e solenne della giornata: la famiglia si ritrovava attorno al comune desco dopo un giorno di intenso e proficuo lavoro. L’avvocato Zoboli veniva reso edotto del buon andamento della casa, la moglie poteva prendere conoscenza delle mirabolanti imprese del marito, principe più che mai del Foro, e Teenva poteva nutrirsi nella più beata indifferenza da parte dei genitori. Ma quella sera – lui lo sapeva – non sarebbe andata precisamente in quel modo. Pier, quella mattina, aveva avuto un esame, all’università. Diritto Penale. L’avvocato Zoboli voleva sapere tutto.
E seppe tutto, fin troppo presto.
«Pier. È mai possibile che tu ti diverta a farmi questo?»
Eh già, la metteva da subito sul piano personale, il grande avvocato.
«Pà, non ti ho fatto niente. Mi hanno segato: mica l’ho fatto apposta.»
«E’ la terza volta che ti fai bocciare ad un esame da terza media: io alla tua età ero già laureato.»
«…»
«Diritto Penale, poi!»
Il grande avvocato era pronto per la sua filippica. Quindi, sempre continuando a parlare, distolse lo sguardo dal figlio e lo rivolse alla moglie, cercando negli occhi della donna il consenso e l’ammirazione che non trovava in quelli di Pier.
«30. Al primo appello. E il mio professore non era quella mammoletta che ha lui. Ai miei tempi l’Università di Parma sì che era dura.»
Pausa. Silenzio teatrale.
«Lui, invece. Si fa bocciare, il signorino. Tre volte.»
«…»
«…»
«E non dice nulla, ovviamente.»
«Ma papà, cosa vuoi che dica: stai parlando con mia madre!»
«E fa pure lo spiritoso: bravo! Avremo un avvocato clown!» sempre rivolto alla moglie.
«…»
«E io avrei aperto uno Studio Legale per chi, secondo lui?»
«Non lo capisce. Non capisce quanti sacrifici stai facendo per lui»
La moglie, appoggiando la mano su quella del marito, aveva benedetto le parole del grande avvocato, ponendo la parola “fine” al sermone post-esame. Si chiudeva il sipario.
La cena continuò come sempre, con Pier sistematicamente ignorato e con la signora Zoboli che fingeva di essere interessata a quanto il marito si sforzava di dirle per mantenere l’apparenza della brava famigliola. Infine, dopo il caffè, finalmente tutti e tre furono liberi di dedicarsi ai propri interessi: l’avvocato Zoboli si rinchiuse nello studio, la moglie in sala davanti alla tv e Pier in mansarda, al telefono con Maria.
«Sì, lo so, non ti ho cagato per tutto il giorno… dai usciamo.»
«Guarda che sono arrabbiata con te.»
«Su, su non rompere le balle: ti ho chiesto scusa.»
«Non mi hai chiesto scusa.»
«Non l’ho fatto?»
«No!»
«Ma sei sicura? A me sembrava di averlo fatto… comunque non stiamo a perdere tempo. Senti cosa facciamo.»
«…»
«Mi vesto, ti vengo a prendere e poi ce ne andiamo a bere qualcosa, ok?»
«No… non puoi sempre trattarmi così…»
«Mezz’ora e sono da te.»
«Pier, voglio stare sola.»
«…»
«…»
«Come vuoi.»
Teenva lanciò il cordless sul divano e andò a farsi una doccia. Uscito, prese il cellulare e mandò un sms a Fedele. Attese solo pochi istanti per la risposta. Si sarebbero visti alle 22, ovviamente da Milva.
«E’ stata una grandissima puttana.»
Erano nel loro bar, Teenva e Fedele. Solo loro, appollaiati al bancone con due birre ghiacciate davanti. Milva stava shakerando qualcosa per alcuni avventori e Barbara era impegnata in un dialogo serrato con un cliente abituale.
«Ma tu quando hai intenzione di metterti a studiare davvero quel benedetto esame?»
«Eh, bello lui. Cosa credi? Ci provo, sai?»
«Ma?»
«Ma non me ne frega un cazzo, tutto qui.»
«Comunque prima o poi dovrai passarlo, se ti vuoi laureare.»
«Sì, sì, come no. Credi non lo sappia? I miei me lo ripetono tutti i giorni.»
«Cosa?»
«Che mi devo laureare e che devo prendere il posto di mio padre.»
«Non mi sembri particolarmente entusiasta dell’idea… o sbaglio?»
«E’ che vorrei decidere io della mia vita! È come se qualcuno stesse decidendo per me, sempre.» Teenva aveva abbassato il tono della voce e fissava il suo boccale di birra. Fedele aveva riflettuto alcuni secondi senza dire nulla. Tra i due i silenzi erano stati sempre molto importanti.
«…»
«Perché siamo al mondo? Sempre e solo per obbedire a qualcuno?»
«E tu ti senti un soldatino ubbidiente?»
«Sempre più spesso, Robby. Sempre più spesso c’è qualcuno che ti dice quello che devi fare, quello che devi dire e pensare e come ti devi comportare.»
«…»
«E ormai sono stanco. Stanco di dover essere sempre qualcuno che non mi sento di essere.»
«Ti riferisci ai tuoi genitori?»
«Non solo. C’è Maria, anche.»
Fedele si irrigidì impercettibilmente ma Teenva, attento solo al suo personale sfogo, non si accorse di nulla. Così come non si accorse della mutata inflessione di voce dell’amico, molto più timorosa.
«Qualcosa non va con lei?».
«È che con me si diverte a fare la mamma. Ne ho già una.»
Fedele sapeva molto bene di cosa stesse parlando l’amico. Lo sapeva talmente bene che ci mise davvero poco a cambiare indirizzo alla conversazione, virando decisamene verso terreni meno insidiosi e, soprattutto, meno dolorosi.
Non quella sera. Aveva anche lui troppe tempeste da dover fronteggiare. E rimorsi.
«Venerdì allora si va al Los Angeles?»
«Non vedo l’ora. Sarà un’altra serata memorabile, lo sento.»
«Il Libero Ricercatope è tutto bello carico. E poi l’inaugurazione del Los non la si può perdere.»
«…»
«Assolutamente.»
«Già. Non possiamo mancare.»
«Però dobbiamo organizzare bene la ricerca.»
«Il Gran Cià’n’bell’ano sarà dei nostri?»
«Ma và, non ci credo neanche se lo vedo.»
«Oh, dobbiamo inventarci qualcosa per il Discipulo. Figurati che oggi in ICQ non faceva altro che chiedermi per venerdì.»
«Bè se gli va come l'ultima volta non può lamentarsi.»
...continua la prossima settimana...
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