Mi fidavo di te

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CAPITOLO SECONDO
Dove Fedele si divide fra bottiglie di vino e ovetti Kinder
Parte 2


 «Guarda, c’è un posto libero. Come “dove”? Non vedi? Lì, ce l’hai davanti. Ecco. Attento, è stretto. Sterza. Robby, sterza!»

«Oh capito! L’ho visto! Santo Dio, quando fai così non ti reggo.»

L’ingresso nel garage sotterraneo del grosso centro commerciale segnava anche stavolta il passaggio da un pomeriggio luminoso al tetro prospettarsi del canonico shopping settimanale. Inevitabile e puntuale come i rimproveri di Sara sulla sua guida distratta. Lui diventava scuro e nervoso. Lei e i suoi sorrisi sicuri quasi fastidiosi.

No, non era cominciata tanto bene.


Giusto il tempo di mettere cinquecento lire nel carrello e farsi abbracciare dalle luci delle vetrine, e Sara aveva già superato la tensione di un secondo prima. Fedele pensò che le invidiava questa capacità di non portare rancore, di farsela passare in pochi minuti. In un angolo remoto della coscienza pensò anche che questi piccoli scazzi erano ormai talmente frequenti che anche il programma di rimozione girava in automatico. Come a dire che ormai non gliene importava gran che. Ma fu soltanto un’idea fugace, quasi inconsapevole.

Davanti a lui si parava in tutta la sua maestà l’Ipercoop, un mostro da cinquemila metri quadri brulicante di massaie, volantini del 3X2, giovani commesse sui pattini e promoter in camice bianco e sorrisi plastificati. Un bel respiro, e uno sforzo per non scollegare completamente il cervello. Almeno per i primi venti minuti doveva stare sul pezzo e fare la parte del bravo moroso. E magari ascoltarla. Pure? Pure.

«Ah, non ti ho detto. Domenica prossima in parrocchia c’è la raccolta della carta. Ci andiamo vero? Ci sarebbe bisogno anche di andare là il sabato pomeriggio, per suddividere le zone. Magari ci dai una mano anche tu? Che ne dici?»

Eh, magari. Magari anche no.

«Adesso vedo, forse devo studiare. Sono un po’corto con Civile…»

«Studi, di domenica? Tu? E da quando?»

La risata cristallina, il braccio intorno alla vita e il bacio sonoro sulla guancia sancirono la resa incondizionata, senza possibili repliche.

«Che bastarda che sei… alla fine da me ottieni sempre tutto. Lo sai, e te ne approfitti. Però ti adoro…»

Lo disse abbracciandola con foga e affondando il viso nel profumo dello shampoo, la mano destra pericolosamente bassa sul girovita di lei. Quando le labbra di Fedele si spostarono nei pressi dell’orecchio, Sara decise che poteva bastare così, per oggi.

«Dai, smettila. Siamo in mezzo alla gente, non sta bene-»

Quelle tre piccole parole. Non sta bene. Come una manciata di cubetti di ghiaccio nelle mutande. Il replay infinito di infinite discussioni. Sull’ipocrisia perbenista. Sul significato della sessualità. Sul corpo come dimora dello Spirito Santo. Controversie estenuanti consumate negli intervalli di un petting tragicamente consapevole e controllato. Da lei, of course. Fedele aveva scoperto Guccini da poco, e quasi si commuoveva ogni volta: “Anche se adesso hai al vento quello che / io per vederlo c’ho impiegato tanto / filosofando pure sui perché.

 

«Oh, guarda! C’è lo Svelto in offerta. Tua madre non ce l’ha messo nella lista, però glielo prendo lo stesso, che dici? Eh? Oh, Robby, ci sei?»

«Cosa? Ah… sì, sì scusa, prendilo, prendilo. Senti, che dici se ti aspetto nella corsia dei vini?»

Nei riflessi porpora e dorati dei neon sulle bottiglie - due file fitte, lunghe e rassicuranti - Fedele finiva quasi sempre col trovare un ristoro dalle fatiche della spesa. Gli spigoli della vita di coppia, i sensi di colpa universitari, la realtà compressa dei suoi ventiquattro anni vissuti, gli sembrava, con il freno a mano tirato… tutto pareva perdere gravità e consistenza nel susseguirsi delle etichette che gli portavano nomi affascinanti e spesso sconosciuti. Millantava competenza, Fedele, ma la sua era una passione quasi adolescenziale: intensa e sottile, attraente più per se stessa che per il suo oggetto. Eppure gli piaceva da impazzire confrontare prezzi e nomi, regioni e diciture. Stava contemplando con esotico interesse un Sauvignon altoatesino quando sentì vibrare il cellulare nella tasca della giacca.

Messaggio. Un nome sul display, “Valerio”. Un tuffo, rapidissimo, al cuore. Non se l’aspettava. Meglio, non ci sperava più. Fedele non potè fare a meno di guardare rapidamente su e giù per la corsia dei vini. L’anziano pensionato che scrutava da sotto gli occhiali l’etichetta di un Lambrusco di Sorbara pensò che quel giovane avesse qualcosa da nascondere. Per fortuna di Fedele, Sara era completamente immersa nella comparazione dei prezzi degli yogurt, e non potè vedere né l’espressione allarmata di Fedele né quella vagamene divertita del pensionato.

Ciao Robinhood, scusa se sono sparita così. Se non ce l’hai con me stasera ti spiego. Mi connetto alle 9. Vale.”

Valentina, alias Valerio nella sua prudente rubrica telefonica. Quanto era passato? Un mese? In mezzo c’era stata tutta la storia della Manubuzzi, un buon ripiego per allontanare la mente e tenersi lontani da quel contatto virtuale che rischiava di destabilizzarlo sul serio. A giocare col fuoco… Fedele, quello fedele, aveva in cuor suo ringraziato per l’improvviso e inatteso silenzio. Ma la parte meno fedele di Fedele non aveva mai smesso di pensarci. Sotto mentite spoglie, certo: “Cosa avrò scritto di sbagliato?” “Una così non esiste, stava solo recitando” “Forse si era fatta prendere troppo”. Lei. Come no. E intanto era lei a essersi improvvisamente zittita, e lui a scriverle altre due o tre mail. Aveva quasi smesso di pensarci. Quasi. E adesso…

«Robby, ci sei? Hai trovato qualcosa di buono? Dai, andiamo, cialtrone! Finisce sempre che la spesa la faccio da sola.»

La voce squillante di Sara lo fece sobbalzare un po’. Si costrinse a muoversi lentamente, infilando con disinvoltura il cellulare in tasca. Girandosi, incrociò l’arco sfavillante del suo sorriso. Era bella. Sì. Cazzo se era bella.

Alla cassa Sara estrasse dal carrello una confezione di ovetti Kinder. Li aveva presi per lui, che ne andava matto. Non esistevano in nessuna lista della spesa di questo mondo. Li aveva presi pensando a lui, come faceva sempre. Così attenta, così adorabile ogni volta che voleva diventarlo.

In macchina, sulla via del ritorno, il sole al tramonto dipingeva di giallo l’asfalto e l’interno scuro della sua utilitaria. I capelli a caschetto di Sara, neri come la notte, si spargevano sui suoi jeans. Quando era stanca e serena faceva così. Stava in silenzio e si stendeva su di lui, che guidava immobile, accettando volentieri la fatica nel raggiungere la leva del cambio.

A volte, in quei momenti, era convinto di amarla. Questa sera gli veniva quasi da piangere.

...continua la prossima settimana...
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