CAPITOLO SECONDO
Dove Fedele si divide fra bottiglie di vino e ovetti Kinder
Parte 1
DA: Gran Cia’n’bell’ano (luca.fiorini@yahoo.it) A: dr. Fedele (robby76@libero.it); dr.Teenva (pierzobo@tin.it); dr. Lupo (cesarebattiato@hotmail.com); Libero Ricercatope (alfiobig@libero.it) CC: Discipulo (manu75@tin.it) Oggetto: spunti di riflessione Nobilissima Hdemia Scientiarum Eroticarum Regiens in Vulva Veritas
Illustrissimi,
vogliate concederci di iniziare questa nostra complimentandoci vivamente con il giovane et audace Discipulo, fautore di nobili gesta Hdemiche nella scorsa adunata del conSesso (alla quale non abbiamo preso parte ma che, come di consueto, ci ha visti presenti e uniti nello spirito hdemico).
Nel nostro ambìto e onorato ruolo di Gran Cia’n’bell’ano ci sentiamo in dovere di sancire formalmente, dopo l’opportuna verifica sperimentale, la bontà del Teorema del dottor Teenvagina, d’ora in poi eternato e tramandato alla scienza come Teorema di Teenva sull’Aggregazione Delle Buzzicone. A Lui quindi imperituro onore e infiniti Sollazzi.
Purtuttavia, la vicenda porta con sé ulteriori e fecondi spunti di riflessione. Uno di codesti trae l’abbrivio da una considerazione come sempre acuta e ficcante nel suo stile essenziale, che il dottor Lupompino ha recentemente avuto modo di elaborare. Dixit Lupus: “Ma è possibile che si debba sempre fare tutta ‘sta fatica per una chiavata? Tanto lo sanno benissimo che alla fine vogliamo solo trombare. E lo vogliono anche loro, le troie.”
Senza cessare di sperticarci in ammirate lodi per l’auctoritas che promana da ogni parola del Dottor Lupompino, vogliamo sottoporre al Senato Hdemico una formulazione più estesa del quesito. Miglialia d’anni di civiltà hanno prodotto rituali di corteggiamento codificati – e a nostro avviso in gran parte superati – in virtù dei quali, pur essendo ambo i sessi fortemente orientati alla reciproca stimolazione genitale, sembra inevitabile un faticoso e progressivo percorso di avvicinamento, spesso fonte di spiacevoli malintesi e cocenti delusioni, nonché di costante spreco di tempo e denaro.
Ma l’evoluzione della specie non dovrebbe rendere l’uomo libero da siffatti, immateriali vincoli? Non dovrebbe l’Hdemia per questa ragione farsi carico, nella sua illuminata funzione di avanguardia sociale, di un cambiamento dei costumi che induca più frequenti, immediate et spontanee copulationes?
Qualche vetusto reazionario sostiene che la manfrina del corteggiamento sia condizione necessaria – di più, addirittura parte costituente del processo che conduce al Beato Intingolo. Eppure, è nostra convinzione che la Patata Moderna stia oltrepassando questa visione retrograda. Il teorema che vogliamo formulare e proporre al Senatus è pertanto il seguente: a fronte di un’interrogazione semplice e diretta sulla disponibilità a copulare, riteniamo che una parte significativa delle pulzellae prenderebbe perlomeno in considerazione l’autore del quesito, benché sconosciuto, e in larga parte a prescindere dalla sua avvenenza. Resta da sperimentare sul campo – e qui ci rivolgiamo alla sapienza Hdemica – in che proporzione possa essersi diffusa tale sapiente forma di Tubero Evoluto.
Concludiamo qui la nostra dissertazione, augurandoci di avere sollevato un quesito capace di scaldare le menti delle S.V., almeno quanto le palme delle mani vostre sono use fare con i rispettivi augelli. Di più, ci auguriamo di avere aperto un confronto che possa concludersi in degne attività Hdemiche volte a verificare et eventualmente validare quanto discusso in sede teorica.
Invitando una volta di più lorsignori a farsi protagonisti di memorabili atti di lascivia, cordialmente porgiamo i nostri più rispettosi saluti.
in Vulva Veritas
Il Gran Cià’n’bell’ano
lunedì 15 maggio 2000
Dopo aver parcheggiato rimase immobile in auto con il motore spento per un po’. La mattina era davvero gradevole, ma lei non prestò attenzione alle condizioni atmosferiche e a nulla di ciò che la circondava, talmente era concentrata su quello che avrebbe dovuto dire. Rovistò nervosamente nella borsetta appoggiata sul sedile del passeggero, trasse un respiro sofferto e si concesse ancora qualche secondo per guardarsi nello specchietto retrovisore. Il parcheggio Zucchi era mezzo vuoto, ma un flusso continuo di auto di lì a poco avrebbe esaurito la disponibilità di posti.
Erano le 8.27 di lunedì 15 maggio. Fuori c’erano 19 gradi, ma le sue mani erano gelate.
Prese la borsetta, aprì la portiera e scese dall’automobile. Si sistemò la gonna, chiuse a chiave e solo allora guardò distrattamente il cielo, realizzando di essere in anticipo di una mezzora sull’orario dell’appuntamento. Si incamminò decisa verso il budello che separava il parcheggio, l’ingresso della discoteca Adrenaline e viale Allegri. Percorse piazza della Vittoria e dopo pochi metri si infilò nel Caffè Cavour sotto l’Isolato S.Rocco.
Erano le 8.34. Nel bar c’erano due avventori che leggevano la Gazzetta dello Sport e discutevano di come la Juventus, il giorno prima, avesse perso lo scudetto sotto il diluvio di Perugia.
Ordinò un caffè e un bicchier d’acqua; si accese una sigaretta e cercò di concentrarsi sulla conversazione dei due uomini. Le mani le tremavano un po’. Aspirò una lunga boccata di fumo e strinse lievemente gli occhi, nascosti dietro un vecchio modello di Persol scuri.
Erano le 8.52 quando si decise. Pagò, ispezionò nervosamente la borsetta e uscì dal bar.
Di fronte all’austera porta blindata della Banca Commerciale Italiana si fermò. Il nero della struttura l’invase con prepotenza e un senso di vertigine la colse un attimo, ma si aggrappò con tutta la forza che aveva alla sua borsetta e mosse un passo, poi un altro, un altro ancora. Fino a quando il freddo della maniglia non fu un tutt’uno con le sue dita di ghiaccio.
Erano le 8.56 quando fu all’interno della banca. Le casse 1 e 3 erano in funzione, con la solita fila agli sportelli. Si stupì a increspare le labbra in un sorriso storto, ripensando a quante volte si era trovata – impaziente – a subire quella stessa fila poi, sfilati gli occhiali, si diresse verso l’ufficio del Direttore.
La porta era chiusa. In fondo alla sala. Passò davanti alle postazioni dei consulenti e a uno di questi disse che aveva un appuntamento. Le risposero di entrare pure e di accomodarsi che il direttore era nei pressi. Si avviò, spinse la porta e, una volta dentro, si sedette su una delle due poltrone in finta pelle davanti al tavolo di cristallo che fungeva da scrivania. Attese qualche minuto, frugò velocemente nella borsetta e cercò di convincersi che tutto sarebbe andato bene.
Erano le 8.59 quando la voce del Direttore la salutò cordialmente, facendo svanire in un colpo la poca sicurezza che era riuscita ad iniettarsi.
«Buongiorno, Milva.»
«Ciao, Giorgio.»
Lui le strinse le mani, abbracciando il sorriso di lei con la fragranza di D&G, rimanendo per un attimo di troppo in silenzio.
«Ho sentito dire che ieri avete perso lo scudetto…» disse Milva cercando di prenderla molto alla lontana.
«Ahh guarda, non ne parliamo! Un furto! Un vero e proprio furto!»
Il sorriso di Giorgio Castaldi era quello di una persona buona. Milva se ne era accorta subito, la prima volta che aveva messo piede in quella banca per aprire il proprio conto corrente.
«Milva: non credo che tu sia venuta qui per sfottermi sulla Juve. O sbaglio?»
Era il momento. L’orologio a muro segnava le 8.42. In ritardo o fermo. Toccava a lei, adesso.
«Vedi…davvero non so come spiegartelo».
Silenzio. Castaldi si era posizionato sul sorriso d’attesa. Bancario navigato, il direttore.
«Beh, avrei bisogno di un prestito. Voi siete una banca. Le banche fanno prestiti. Voi siete la mia banca. Direi che tutto quadra, no?»
Il sorriso di Castaldi parve vacillare. Trasse un respiro, premette un paio di tasti sulla tastiera del suo computer. Per alcuni lunghi secondi fissò il monitor, concentrato.
«Vedi Milva, vorrei tanto poterti aiutare…»
Vorrei.
Non stava andando bene. Per niente. Castaldi continuava a parlare, ma lei era ferma su quel condizionale del cazzo. Vorrei. Che non vuol dire assolutamente voglio. Inutile stare a girarci intorno: era un no. Senza speranze. Il sorriso le si incenerì in un attimo. In altri momenti avrebbe salutato e tolto il disturbo. Ma questa volta non poteva. Non avrebbe potuto sopravvivere senza speranza.
«Giorgio lo so» lo interruppe bruscamente. «Lo so che non potete farmi un prestito. Ma te lo chiedo per l’amicizia che ci lega.»
Erano le 9.13 quando il sorriso del direttore Castaldi si spense del tutto.
«Di quanto hai bisogno?»
«Quaranta milioni. Lira più, lira meno.»
«…»
«…»
«Quaranta milioni. È troppo, Milva.»
«Lo so, Giorgio: è per questo che sono venuta da te.»
«Ma io per te ho già fatto i miracoli! Ti abbiamo fatto un mutuo praticamente senza garanzie!»
«Non ti supplicherei se non fossi nella merda. Mi conosci: non prego mai.» Fu un sibilo. Gli occhi a fessura, come un gatto messo in un angolo. Lui stette immobile, occhi negli occhi, molto vicini l’uno all’altra. Poi d’un tratto Castaldi si lasciò cadere all’indietro contro lo schienale della poltrona, sbattendo le mani sui braccioli.
«…non posso aiutarti, credimi» sospirò Castaldi, improvvisamente stanco.
«Quarantamilioni: cosa diavolo sono per la tua banca?»
«Ma non penserai che io possa decidere tutto quello che voglio! Se dipendesse da me…»
«Quaranta milioni: te li restituisco uno ad uno. Se avessi tempo non verrei ad elemosinare, ma di tempo non ne ho: mi servono subito.»
Erano le 9.21 quando Milva uscì dalla banca. Il cielo era sgombro. Il prestito non l’avrebbe avuto. C’era da avvertire Barbara. Pensò: “cazzo” e si diresse alla macchina.
Aveva un problema.
* * *
Guidò con la fame che gli stringeva lo stomaco, ma non aveva pensato neanche un istante di fermarsi in mensa o in qualche bar per un panino veloce. Guidò piano nel flusso della tangenziale, gustandosi il cd che aveva comprato la domenica pomeriggio al centro commerciale Grand’Emilia – l’ultimo di Gigi D’Alessio – e una volta arrivato parcheggiò la sua Golf GTI proprio davanti all’ingresso del Bar Milva. Spense il motore, tolse la mascherina dell’impianto cd e non senza qualche difficoltà si allungò per prendere sul sedile posteriore una cartellina colorata. “La penna la trovo da Milva” pensò mentre azionava l’antifurto e contemporaneamente si frugava nelle tasche per prendere un piccolo mazzo di chiavi.
Arrivato davanti alla porta d’ingresso del locale fece qualche passo in più verso una porticina laterale, si mise la cartellina tra le gambe e inserì una chiave nella toppa. Contemporaneamente con l’altra mano tirò lievemente a sé la porta, che si aprì. Con la mano sinistra fece scattare l’interruttore della luce, chiudendosi la porta alle spalle. Era dentro.
Era bello il bar vuoto, senza luci, senza voci, senza musica. Era vivo lo stesso, con il riflesso del sole che penetrava dalle vetrate e si andava a posare sui tavoli neri e sul bancone del bar, sulle slots machines e sulla parete tutta piena di liquori e wiskey vari. Sempre così, il Lupo: entrava e stava alcuni secondi in contemplazione di un posto che conosceva a menadito, ma che nel giorno di chiusura gli si presentava in un modo diverso, se possibile ancora più accogliente. Era il Bar Milva, ma al lunedì, quando smetteva di lavorare, era il suo bar. Si diresse verso un piccolo tavolo vicino al televisore, appoggiò la cartellina, la mascherina dell’impianto stereo della sua Golf, le chiavi e tornò verso il bancone. Aveva fame. Dopo 8 ore in fabbrica aveva proprio voglia di uno di quei panini mega farciti che alla sera gli preparava Milva, prima di dedicare la giusta attenzione alla sua “creatura”. Dal frigo prese due lattine di birra, tolse il panino dalla piastra e appoggiò il tutto sul tavolo; con una piccola chiavetta aprì la cassa e fece scivolare al suo interno i soldi del pranzo. Prese alcuni tovaglioli di carta e tornò al tavolo.
Milva era unica. Alcuni mesi prima, durante una delle tante partite a poker che concludevano le serate hdemiche, si era avvicinata al tavolo e aveva seguito per un po’ di tempo l’andamento della sfida. Il Lupo stava, come sempre, levando le mutande a Teenva, Fedele e al Libero Ricercatope quando, digrignando i denti e grattandosi i capelli da sotto il cappellino, aveva chiesto a Milva se fosse possibile avere libero accesso al locale.
«Scusa Lupo, ma ormai noi siamo parte dell’arredamento di ‘sto bar qui» aveva obiettato Fedele.
«Oh, io sono un lupo: ho bisogno di una tana sicura e protetta… e soprattutto tranquilla per portarci le mie prede.»
«Beh, per essere sicuro e protetto questo bar lo è, ma in quanto a tranquillità ho i miei seri dubbi: è un esercizio pubblico, Lupo.»
Sarcastico come sempre, il Libero Ricercatope aveva liquidato la richiesta del Padre Fondatore ed era ritornato a concentrarsi sulle sue carte. Milva non aveva fatto una piega. Aveva lasciato che il gioco proseguisse poi, mentre il Lupo calava l’ennesimo full di donne della serata, aveva detto «Tieni» e contemporaneamente aveva appoggiato sul tavolino un piccolo mazzo di chiavi. L’Hdemia tutta era rimasta interdetta un attimo, ma subito il Lupo, afferrate le chiavi, aveva chiesto:
«Ma sono le chiavi del bar?»
«Sì. Non ho tempo di seguire tutte le tue gesta. Tu le conquisti e le porti qui quando ti pare.»
«Cazzo Milva, se non fossi un Lupo ti sposerei!»
Lei non disse nulla, si limitò a dargli un bacio sulla guancia
«Ti dovrò insegnare come funziona la macchina del caffè. Quando avete finito vieni al bancone.»
Era stato così che il Lupo era entrato in possesso delle chiavi del Bar Milva. Ovviamente non ci aveva portato mai nessuna preda ma il lunedì, giorno di chiusura, prima o dopo il suo turno di lavoro in fabbrica, veniva al bar e, nella più completa solitudine, dedicava tutte le attenzioni alla sua “creatura”.
La passione era nata improvvisa e magica, come un amore per una donna che non c’è, alcuni anni prima, di ritorno da una scatenata vacanza a Malta, dal desiderio di fermare sulla carta tutte le emozioni che aveva vissuto nella piccola e cosmopolita isola. In realtà il Lupo – che all’epoca ancora era da tutti conosciuto con il suo nome, Cesare – voleva raccontare l’intensa e veloce storia d’amore che aveva vissuto con una ragazza di Mosca. Ci si era messo davvero d’impegno. Ogni momento era buono per continuare quello che, piano piano, nel tempo, si era poi trasformato in un vero e proprio romanzo d’amore, con tanto di titolo per il quale andava davvero molto fiero: “Tra la terra e il cielo”.
Stava scrivendo ormai da una buona oretta, quando avvertì aprirsi la porta esterna del piccolo magazzino. Dopo alcuni minuti entrò Barbara, l’aiutante di Milva, che lo salutò per poi scomparire ancora nel piccolo magazzino. Ormai era diventato normale per lei trovare il Lupo nel bar, era diventato un po’ come un pezzo d’arredamento. Dal fondo del piccolo magazzino la voce della ragazza raggiunse il Lupo.
«Se vuoi leggere il giornale è sul bancone.»
«Grazie Barbara! Stavo giusto pensando di fare una pausa.»
Appoggiò la penna sul tavolo, rilesse i due fogli A4 che aveva scritto da quando era arrivato al bar e si alzò. Si diresse al bancone, prese una bottiglietta di tè alla pesca e il giornale. Ritornò al suo tavolino, bevve due belle sorsate e iniziò a sfogliare il quotidiano.
Poco dopo arrivò anche Milva. Dopo aver scambiato due battute con il Lupo si fermò al bancone, dove Barbara era intenta a fare dei conti.
«C’è un problema.»
Milva fu diretta e veloce.
Barbara capì subito.
«Non ci aiuterà?»
«No, non può. O non vuole.»
«Ma Milva! Abbiamo poco tempo…»
«Lo so benissimo, ma dobbiamo provarci lo stesso! Dobbiamo trovare una stramaledetta soluzione. Altrimenti non ci sarà speranza.»
Le due donne stavano parlando a bassa voce. Il Lupo percepì solo poche parole, ma sufficienti per calamitare la sua attenzione.
«Siamo ancora una volta sole?»
La voce di Barbara era diventata un lieve lamento. Le due donne si guardarono a lungo negli occhi, senza dire nulla. Non c’era bisogno di parole, lo sapevano entrambe che erano sole, a combattere contro un nemico più forte di loro. In fin dei conti il loro piccolo bar era un’oasi avvolta nella tormenta: sempre così, da quando l’avevano aperto.
«Non ci faranno chiudere. Vedrai che una soluzione la troveremo.»
«…»
«Non ci faranno chiudere.»
Il Lupo non aveva avuto il coraggio di alzare lo sguardo dal giornale, ma aveva incanalato tutta la sua concentrazione nel seguire il dialogo, del quale aveva carpito mezze frasi, qualche parola a fatica e - questo l’aveva capito benissimo, invece – molta agitazione e preoccupazione. Le due donne avevano smesso di parlare e la curiosità lo aveva vinto: piano piano alzò gli occhi dalla pagina dello sport e guardò dritto verso il bancone. Fu un attimo. Fece in tempo a vedere Milva sbattere il pugno contro il bancone con un volto tirato e arrabbiato, e subito ritornò a fissare la pagina del giornale. Non capì molto, ma le ultime parole di Milva le comprese perfettamente, e lo riempirono di tristezza.
«Non glielo permetteremo. È il nostro bar, questo.»
...continua la prossima settimana...
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