Per acquistare il libro in formato cartaceo o .pdf , fai clic qui:
CAP 1 - Dove si verifica la formulazione di un teorema
Parte 3
E adesso erano lì, ancora insieme, a far risorgere il mito ogni venerdì sera, inventandosi sempre nuove cazzate hdemiche, per impedire che quell’intuizione di un attimo, quel senso mai provato di unione e di vitalità si disperdesse in mezzo alle fotografie della vacanza. Aveva aiutato molto Internet: le mail permettevano di trasferire il gergo hdemico nella forma scritta, quella che più gli si addiceva, e consentivano di raggiungere tutti in un istante, creando una sorta di sede virtuale in cui ritrovarsi. Poi c’era la sede fisica. Milva era diventata il cuore del Senato Hdemico, il crocevia atipico delle loro vite di giovani convenzionali, la loro riserva protetta di diversità.
Pensava cose di questo genere, Fedele, con il telefonino ancora in mano mentre i due fanali di una punto bianca si spegnevano pochi metri di fronte a lui. Ne scese sorridente il Discipulo, in tutto lo splendore dei suoi riccioli biondi e corti, i jeans e la camicia immacolati, il volto imberbe che non rendeva giustizia ai suoi 21 anni, facendolo sembrare un adolescente.
«I miei omaggi, o Discipulo! Che lieta novella, non contavamo sulla tua presenza.»
«L’allenamento è saltato all’ultimo minuto, piuttosto che stare a telefonare sono venuto direttamente… come sono le tizie?»
«Mmh… diciamo… simpatiche.»
Un’eloquente alzata di sopracciglia fu il discreto commento del Discipulo. Non osava criticare apertamente le scelte dell’Hdemia, ma aveva timidamente sostenuto dall’inizio il Teorema di Teenva. Non poteva essere diversamente, d’altronde.
«Ma Teenva c’è, vero?»
Era quella la cosa veramente importante. Teenva era il suo mentore, fin dall’infanzia. Più grande di tre anni, aveva sempre esercitato un fascino notevole sul piccolo Emanuele grazie al suo modo scanzonato e un po’ cinico di affrontare le cose. Le tante vacanze in cui le loro famiglie, amiche da sempre, li avevano portati in giro per i più bei posti del mondo avevano consolidato questa dipendenza, ma anche generato una sorta di strano cameratismo gerarchico, in cui Teenva si divertiva a giocare il ruolo del fratello maggiore: affettuoso e crudele nello stesso tempo, protettivo ma spietato quando si trattava di approfittare della sua influenza. Naturale, quindi, che il giovane Emanuele finisse travolto dal suo bisogno di consenso nel vortice hdemico, dove si trovò a vestire – ed accettare – senza nemmeno accorgersene il ruolo del Discipulo.
Rientrarono insieme, e il sorriso timido del Discipulo fu accolto da un coro di saluti entusiasti.
«Signore care» disse Teenva facendosi carico, come sempre, di introdurre il suo protetto nel cuore della serata «avete l’inusitata fortuna di conoscere codesto prestante rampollo. Egli non è stato elevato al titolo di dottore, si trova ancora nel Noviziato. Per questo è noto semplicemente con il nomen di Discipulo. Si tratta pertanto del Membro più giovane della Nobilissima Hdemia.»
«Più giovane ma pur sempre Membro» chiosò maliziosamente Gloria, il Pippo in gonnella, caricando l’ultima parola in un modo che non poteva passare inosservato. Sveglia, la ragazza. Si era adeguata rapidamente allo stile hdemico. Andava premiata, pensò Fedele mentre il Discipulo arrossiva fra gli ululati e veniva caldamente invitato a sedersi proprio di fronte a Gloria. Fedele prese una penna dall’interno della giacca, strappò un angolo della tovaglietta e scarabocchiò alcune parole, passandole al Libero Ricercatope. Lui sorrise abbondantemente, lanciò un’occhiata al Discipulo e passò il biglietto a Teenva. Teenva a sua volta lesse, e incrociò lo sguardo di Fedele con un ghigno diabolico d’intesa. Tirocinio sul campo. Infrattarsi con la cavallona? Era una buona idea, e da vedere così nemmeno troppo impegnativa. Gloria infatti stava già dedicando premurose attenzioni al Discipulo, che evidentemente le andava proprio a genio. Lui era così impegnato a difendersi dal fuoco incrociato di battute e domande da perdersi il rapido consiglio del Senato che si era svolto proprio di fronte ai suoi occhi. La Manubuzzi invece aveva seguito il tutto con attenzione – non si perdeva una sola mossa di Fedele, in effetti – e quando Teenva convocò il Discipulo fuori dal locale per una “comunicazione ufficiale” ebbe l’intelligenza di non rovinare tutto facendo domande ad alta voce. D’altronde l’occasione era buona per accostare il viso a quello di Fedele e sussurrargli una domanda all’orecchio. Lui, arretrando di qualche lunghissimo ed eloquente centimetro, si limitò ad ammiccare malizioso. Lei, sempre sussurrando:
«Certo che siete proprio stronzi… poverino…»
«Dici?»
«Sì che lo siete. Proprio bastardi… Però secondo me lei ci sta… magari alla fine funziona sul serio!» Si stava divertendo anche lei, reggeva il gioco. Brava Manubuzzi, pensava Fedele strizzando l’occhio, sapevo che non mi avresti deluso. Cala trenta chili e se ne riparla, ok?
Il Lupo era rimasto tagliato un po’ fuori dalla macchinazione ai danni del Discipulo. Aveva il cappellino girato, gli occhi affondati nella scollatura della seconda Manubuzzi e la sigaretta nella mano destra. Lei non sembrava apprezzare particolarmente le sue attenzioni ma si sa, il lupo non è animale che molli facilmente la preda. Ha resistenza, non soffre i climi rigidi né la pervicace resistenza di una cicciona. Fedele era dall’altra parte del tavolo, coglieva solo a sprazzi ritagli di battute su motociclette e luoghi di villeggiatura. Tentativi come sempre goffi, che ben di rado coglievano nel segno nonostante l’abnegazione ammirevole. Fortunatamente il lupo sa anche resistere bene a periodi di magra… questa sera, come tante altre, sarebbe tornato digiuno alla sua tana.
A Teenva bastò qualche minuto per catechizzare adeguatamente il Discipulo. Tornando al tavolo Teenva sfoggiava un arco di denti smagliante, mentre il minuto tirocinante lanciava di sottecchi qualche intimorita occhiata verso l’equide commensale. Le schermaglie continuarono ancora per un po’, allorachecosafainellavita, chemusicascolti, chepostifrequenti… poi Teenva diede leggermente di gomito al Discipulo. Il muto invito lo fece rabbuiare. Gli toccava.
Doveva decidersi. Il suo sguardo si spostò su Gloria, lei incrociò rapidissima i suoi occhi. Doveva trovare una scusa per invitarla fuori, o l’Hdemia gliel’avrebbe fatta pagare, non sarebbe mai stato trattato come uno di loro. Ma cosa dirle? Che cosa inventare? Pensava questo genere di cose mentre guardava Gloria negli occhi, alla disperata ricerca del coraggio necessario a creare un’impossibile intimità, in quel tavolo affollato da tigelle e sensi di inferiorità. Teenva guardava Fedele. Lui cercava disperatamente di non ridere. Libero scuoteva benevolo la testa, mormorando un “non ce la può fare” fra i denti, in modo che solo Fedele lo sentisse.
Sì, forse il Discipulo non poteva farcela, ma Gloria era decisamente intraprendente. Il Lupo aveva chiuso la seconda Manubuzzi alle corde, isolandola dal branco. Loro tre fingevano di ascoltare la Manubuzzi, che stava raccontando l’ennesimo aneddoto, anche se il vero spettacolo era il muto scambio di sguardi tra l’equina e il neofita.
Fedele vide il viso del Discipulo mutare d’un tratto, in un’espressione sorpresa che lo fece avvampare per l’ennesima volta. L’occhiata con Teenva e Libero fu automatica e rapidissima, la Manubuzzi non se ne rese quasi conto e continuò imperterrita a parlare. Cosa stava succedendo? Adesso il Discipulo aveva iniziato a sudare, visibilmente. Gloria non diceva niente, continuava a fissarlo, ma non poteva essere solo quello a scatenare la visibile reazione metabolica del Discipulo. Fedele non capiva, perché non aveva né la vista a raggi X né la fantasia sufficiente per immaginare il lungo piede di Gloria che risaliva fra le tibie del Discipulo, innalzandone la temperatura corporea in virtù del forte attrito prodotto.
Non ebbero bisogno di parlarsi. Semplicemente, a un certo punto la cavallona si alzò, annunciando:
«Fa caldo qui dentro. Vado a prendere una boccata d’aria.»
Il Discipulo inizialmente esitò. Giusto i secondi necessari a riprendere fiato dopo la perentoria gomitata alle reni di Teenva. Poi, mesto e accaldato, la seguì.
Nel piccolo locale c’erano i soliti pochi avventori delle tre del sabato mattina. La luce blu delle lampade al neon illuminava il volto stanco di Milva intenta a lavare alcuni bicchieri, mentre in un tavolo alla destra della porta d’ingresso era in corso una silenziosa e serrata partita a poker. Fedele si diresse veloce al bancone dove, dopo aver baciato leggermente Milva sulla guancia, ordinò un ultimo bicchiere di vino, per concludere come più piaceva a lui le serate hdemiche.
«La Compagnia si è già sciolta per questa sera?»
Milva, senza distogliere lo sguardo dai bicchieri che stava asciugando, si era rivolta a Fedele con il tono materno e confortevole che usava soltanto con pochi eletti.
«Eh sì, è stata un gran bella serata. Divertente al punto giusto.»
«Qualcuno è andato in buca?»
«Il Discipulo. S’è dileguato con una delle ragazze… molto simile a Pippo, non so se hai presente il tipo.»
A Fedele scappò da ridere più volte nel raccontare a Milva tutto quello che era accaduto all’Osteria della Capra e dopo, quando si era deciso di proseguire la serata all’Adrenaline, con biglietti omaggio fatti magicamente comparire da Teenva. In discoteca Fedele aveva dovuto affrontare un paio di assalti della Manubuzzi, ma alla fine si era salvato e ne era uscito indenne, se si eccettua il sapore davvero sgradevole di un gin tonic bevuto per forza, in un meritato brindisi alla coppia della serata Discipulo-Pippo.
«Si rivedranno?» aveva chiesto quasi con noncuranza Milva.
«Mah, chi può dirlo… comunque no, non credo proprio.»
«E tu?»
I due avevano parlato senza guardarsi in faccia, lei intenta alle sue stoviglie, lui concentrato sul suo bicchiere di vino, ma quando Fedele alzò gli occhi Milva lo stava fissando con un bel sorriso malizioso.
«Io? Cosa c’entro io?»
«Manuela, dico. La rivedrai?»
«No, no: puoi esserne certa. La ragazza è sveglia abbastanza per sapere che a questa serata non ci sarà un seguito.»
«E Sara come sta?»
«Eh? Ah bene, bene… lo sai che lo faccio per l’Hdemia. Per il gruppo.»
I due rimasero in silenzio per un po’. La musica caraibica riempiva il locale. Al tavolo alla destra dell’ingresso un uomo si alzò, andò verso il bancone, salutò distrattamente Fedele e baciò Milva accarezzandole i capelli. Quando l’uomo fu fuori dal locale Fedele si rivolse a Milva.
«Quando è uscito?»
«Questa mattina. Dormirà da me per un po’. Poi si vedrà.»
«…»
«…»
«Non mi dire che ci stai insieme…»
«No, ma è un amico. E non ha un posto dove andare.»
Fedele non disse nulla. La guardò mentre, voltata verso lo scaffale, sistemava i bicchieri.
...continua la prossima settimana...
Per leggere le parti precedenti, fai click su "Leggi il romanzo" nel menu in alto