Mi fidavo di te

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Capitolo 1 - Dove si verifica la formulazione di un teorema 
 

parte 2
 

Alle 20.55 Fedele arrivò nel parcheggio di Piazza Zanti, dove già da una decina di minuti lo aspettavano i suoi amici. Teenva splendido nella sua giacca Pal Zileri blue royal e jeans Armani, il Libero Ricercatope solare con il suo maglione di cotone leggero color cachi e il Lupo inarrivabile in camicia bianca aperta sul petto villoso e cappellino “Ducati” d’ordinanza.

«Salute, Colleghi. Siete soli?»

«Illustřissimo Collega, ben ařřivato třa noi in questa řidente e řinomata contřada che da lustři e lustři denominata si convien Cavřiago…»

«Esimio Ricercatope, mi compiaccio con Ella del řiverito saluto řivolto al chiařissimo Padře Fondatoře Dottoř Fedele, inveřocchè confořme al přotocollo hdemico.»


Guardò per alcuni secondi i suoi amici: saputa la provenienza delle ragazze, avevano iniziato a parlare utilizzando la erre moscia alla parmigiana. Fedele si adeguò velocemente.

«Non sono ancořa ařřivate le puledřine?»

«Eh, bella domanda, Fedele. Che cavolo ne sappiamo noi?»

«Non hai tutti i tořti neanche tu, Teenva… noto con vivo piaceře che hai fatto lavaře la belva…»

«Eh, sì esimio: staseřa seřata impořtante, belva lucida lucida e gommone přonto!»

Il Lupo pensò bene a quel punto di intervenire per puntualizzare al meglio il suo pensiero:

«Staseřa si chiava, gařantito che me ne sbřano almeno due. Siamo, anzi sono qui apposta, cazzo!»
L’attesa non si protrasse a lungo, giusto il tempo di tarare al meglio l’utilizzo della erre moscia che il cellulare di Fedele si mise a suonare: erano le ragazze, pronte a scendere dalle loro automobili. La serata era magnifica, una di quelle notti di maggio da annusarci tutti i profumi di una vita. Se qualcuno fosse transitato per Piazza Zanti, proprio in quel preciso momento, avrebbe potuto percepire con esattezza tutte le aspettative di quattro ragazzi alle soglie di un’età adulta che non perdevano occasione di ricacciare più in là, ogni venerdì sera, almeno per un’altra notte.


Dalla Lancia Y bianca scese la Manubuzzi in tutto lo splendore dei suoi almeno centoventi chili e con lei… un’altra Manubuzzi, in fotocopia! Al Lupo scappò un “cazzo” tra i denti, mentre il più divertito sembrava Fedele, al riparo da ogni tentazione nella sua corazza, nel suo titolo hdemico. Nella sua quotidianità.

Fedele era Fedele. Certo. Da almeno un anno era Fedele, di nome e di fatto, da quando Sara era entrata nella sua vita. I problemi erano iniziati l’estate precedente, quando assieme ai suoi amici aveva deciso di prendere l’aereo e andarsene tra Praga, Budapest e il Lago Balaton per un mese. Quando l’aveva detto a Sara lei era andata su tutte le furie.

«A Praga? Ho capito bene?»

«…»

«Con quei coglioni dei tuoi amici, magari?»

«…»

«Non se ne parla neanche, amore mio.»

«…»

«Tu andrai a Formentera, con me»

«…»

Fedele aveva rischiato di non salire sull’aereo per Praga ma alla fine, dopo estenuanti trattative diplomatiche, era riuscito ad ottenere un salvacondotto (che il Senatus Hdemicus provvide a sequestrare e ad archiviare agli atti) che gli aveva permesso di imbarcarsi sull’aereo e di soggiornare per ben 15 giorni a Praga e Budapest; in cambio egli avrebbe dovuto telefonare due volte al giorno a Sara e tenere il cellulare sempre acceso. Ovviamente del Lago Balaton non si era neanche discusso. Era stata comunque una notevole vittoria diplomatica.

 

Fedele ritornò a concentrarsi sul presente quando la Manubuzzi gli si avvicinò stampandogli un bacio con lo schiocco sulla guancia, un po’ troppo vicino alle labbra, notò Teenva con il Libero Ricercatope. Intanto le ragazze da due erano poi diventate quattro: le due parmigiane infatti si erano decise ad uscire dalla loro Clio raggiungendo il gruppetto. Ciao Manuela ciao Cesaře ciao řobby Alfio ciao io sono Claudia Francesca piacere piaceře Pieř, Gloria ciao bacibaci entřiamo? Entriamo sì.

 

L’osteria della Capra è un angolo di mondo come dovrebbe essere, con le fondamenta ben piantate nella tradizione contadina. Vera trattoria, emiliana dalle gambe dei tavolacci fino al profumo ineguagliabile dello gnocco fritto. Ogni volta che ci tornava, Fedele non poteva che ri-innamorarsi di questo posto dall’apparente stile trascurato, che celava una cura maniacale per i dettagli. Le quattro ragazze si guardarono intorno con aria prima perplessa poi ammirata, indicando le tante suppellettili di vita contadina disseminate lungo le pareti e tra il mobilio, che sembrava appena uscito dal magazzino di qualche rigattiere. Caos minuziosamente organizzato. E un senso indefinibile di calore e familiarità. Con uno stile radicalmente opposto, ricordava tanto il modo in cui ci si poteva sentire da Milva.

L’anziana proprietaria, avvolta dall’eternità in un grembiule immacolato, accolse il gruppo con un sorriso benevolo e li fece accomodare al piano di sopra. Inerpicandosi lungo la stretta scala sfiorarono il corrimano in legno e il grossolano intonaco bianco, sorridendo ai clienti incastonati fra i tavoli e gli oggetti appesi alle pareti, come fossero anch’essi parte di questa piccola oasi antica. La stazza delle ospiti non rese semplice la collocazione nella saletta, intorno al tavolo stretto e basso. Il nudo legno del tavolo, vissuto nei suoi innumerevoli graffi, era apparecchiato con bicchieri di vetro spesso e piccole tovagliette di carta giallognola.

I primi attimi attorno al tavolo furono impiegati nella consultazione del menù. Quattro paginette scritte a mano, pochi piatti rigorosamente tradizionali. Non si poteva cenare alla Capra senza cominciare con gnocco e tigelle, accompagnati da salumi, formaggi e numerose salse. E lambrusco, of course. Grasparossa di Castelvetro, ordinò Fedele, che in questo tipo di cena aveva sempre carta bianca nella scelta del succo d’uva. Teenva approvò la scelta annuendo profondamente con il capo, come se ne capisse qualcosa. In realtà il suo pane erano i cocktail e gli aperitivi, ma c’era da reggere il gioco di fronte alle pingui commensali.

Una volta ordinato, la Manubuzzi prese immediatamente il comando delle operazioni con le classiche domande, create apposta alle origini del mondo per rompere il ghiaccio e preparare degnamente il terreno della conversazione. Il Lupo aveva appoggiato da subito i suoi occhi famelici sul seno ben più che prosperoso della seconda Manubuzzi e si produsse per tutta la serata in un notevole sforzo finalizzato ad un degno dopo cena. Tra un přosit e l’altro, Fedele sfarfalleggiò leggero tra gli artigli della Manubuzzi e le attenzioni discrete di Gloria, una cavallona allampanata che gli ricordava in maniera impressionante Pippo. Poi la domanda arrivò, perché le ragazze erano sì bruttine, ma certamente non stupide, anzi, si rivelarono brillanti e divertenti. Fu la seconda Manubuzzi ad attivare il meccanismo, rivolgendosi al Lupo:

«Ma tu porti sempre il cappellino o solo stasera?»

«Eh, mia cařa, io e questo cappellino siamo una cosa sola, è pařte di me, come un břaccio, un ořecchio… impossibile sepařařmene!»

«Vedi, mia cař  si inserì Teenva  «il Lupo è il cappellino e il cappellino è il Lupo. Mi sono spiegato, madamigella?»

La Manubuzzi ascoltava attenta e divertita. Aveva capito di essere, insieme alle sue amiche, la vittima sacrificale di un gioco, ma ci si trovava assolutamente a proprio agio. Fedele se ne accorse subito.

«Siete davvero dei bei tipi, voialtri: parlate sempre con la erre moscia o solo stasera?» La domanda era servita solo come scusa per sfiorare la mano di Fedele che, per la prima volta, vacillò leggermente. Fu Libero a rispondere.

«Bè, mia cařa, ceřto che no! Staseřa è tutto in Vostřo onore… ovviamente noi, in quanto Padři Fondatoři della Nobilissima Hdemia, sappiamo espřimeřci in ogni vulgata.»

«Ma prima che la serata si concluda sarà possibile sapere qualcosa in più di questa Accademia?»

«L’alba è ancořa lontana dal řaggiungeřci, ma se la dolce cameřieřa ci pořteřà un’altra bottiglia di nettaře, chissà, magaři qualcosa in più ne sapřete.»

Squillò un cellulare. Quello di Fedele. Era Sara. Controllo di routine delle ore 22.30. Come tutti i venerdì sera che i due trascorrevano separati. Che Fedele trascorreva con quelli dell’Hdemia.

«Scusate un attimo.»

Robby uscì fuori dal ristorante per parlare con calma e senza essere sentito, approfittando della serata tiepida.

«Pronto amore, come stai?»

«Ciao Robby. Dove sei?»

«A cena con l’Hdemia, e tu?»

«Sono con i ragazzi, alla Bottega dei Briganti a bere qualcosa. Ma mi sa che tra un po’ me ne vado a letto.»

«Mi manchi, lo sai?»

«Anche tu, e non far tardi.»

Fedele chiuse il suo cellulare e lo ripose in tasca. Guardò il parcheggio, le auto che transitavano e la fermata della corriera. Già, la fermata dell’autobus. Era davanti ad una fermata simile che a Praga era nato tutto. I Dottori, il Senato, l’Hdemia. L’ultima notte a Praga in attesa dell’autobus per piazza Venceslao, cena e Casinò, poche ore prima di precipitarsi nelle tentazioni di Budapest, nell’ultima estate del millennio. Contenti, tra le Skoda arrugginite e le impalcature della nuova borghesia, tra le camicie sdrucite dei praghesi e le giacche eleganti dei suoi amici. C’era Alfio che ripeteva ogni venti secondi che vestiti così come minimo li avrebbero pestati e rapinati, lui ad inventarsi la contromisura:

«Sentite qua: e se dicessimo che siamo dei docenti universitari?»

«Scusa e cosa c’entra con il fatto che adesso qualcuno ci ammazzerà per rapinarci?»

«Alfio, ma non capisci? Robby ha ragione! Siamo professori e se siamo professori per qualche convegno del menga è del tutto normale che siamo vestiti bene.»

Robby aveva capito che stava per nascere qualcosa di importante, e aveva tentato di spiegare meglio l’idea

«Sì, dài: siamo professori. Cazzo i prof sono tutti in giacca e cravatta!»

«…»

«…»

«Professori di storia, che ne dite? Pier dì qualcosa.»

«Medievale?»

«Ma sì, sì, va bene qualsiasi cosa.» Robby era raggiante.

«Potremmo essere i quattro nuovi doctores di Bologna…» aveva azzardato Alfio.

«Bulgarus os aureum… Jacobus… no, Ugo… non me lo ricordo tanto bene…»

«Siamo… siamo… siamo l’Accademia delle Scienze Erotiche, che ne dite raga?»

Tutti a quel punto si erano messi a ridere, ma si erano anche fermati un istante a guardare Robby. Era nata un’etichetta destinata a sfidare il tempo: Accademia delle Scienze Erotiche. Bello!

«Sentite come suona bene: Dottor Lupompino, esperto in Pompinologia comparata!»

A quel punto tutti erano stati contagiati dall’idea. Cesare, in risposta, aveva coniato il nuovo nome di Pier:

«E tu Pier, visto i tuoi gusti in fatto di donne… potresti essere Teenvagina, chiarissimo esperto in Passerologia adolescenziale!»

Le risate si erano sprecate, Robby aveva quasi le lacrime agli occhi.

«Spettacolo! Però per me non potete trovare nulla: lo sapete, io sono fedele…»

«Sì, Fedele della Passera! Illustre docente in… Sessuologia Monogamica! Che ne dici?»

«Siamo i migliori, cazzo!» Cesare-Lupo aveva iniziato ad urlare con le braccia al cielo, mentre alcune ragazze vicino a loro in attesa del tram si erano spostate, terrorizzate dallo sguardo animalesco del neonato Lupo.

«Rimane Alfio.»

«No raga, io non voglio entrarci… non mi si addice il rango di professore, non vorrei mai sembrarvi così arrogante dal pormi al vostro livello…»

«Sì, questo è vero» acconsentì Robby. «Fammi pensare: potresti essere un libero ricercatore, di rango senz’altro inferiore».

«Certo, Robby ha ragione: Alfio potrebbe essere il Libero Ricercatore…»

«…semmai faccio il Libero Ricerca-tope…»

...continua la prossima settimana...
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